La prima azienda allontanata dall’Expo per presunti legami con la ‘ndrangheta non ci sta e annuncia ricorso. Per il presidente della società Fondazioni Speciali, A. V. la notizia dell’interdizione è un fulmine a ciel sereno. Peggio, è un “provvedimento letale frutto dell’eccesso di prevenzione da parte della Prefettura di Milano”. Con conseguenze immediate e devastanti che A.V. racconta così: “Da ieri ho ricevuto tre rescissioni di contratto, qui mi salta per aria l’azienda e 500 dipendenti rischiano di finire per strada. Tutto perché il protocollo di legalità milanese agisce senza tener conto in alcun modo delle circostanze e dell’effettiva esistenza di una colpa”.

Ma secondo lei cosa è successo? “Nel 2006 la nostra azienda è finita sotto indagine per un appalto Anas sul quale la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha messo la lente. Il magistrato riteneva ci fossero infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle imprese che operavano in consorzio e ravvisava gli estremi dell’associazione mafiosa e della truffa ai danni dello Stato. Un nostro dipendente, il direttore di produzione Guido Cirillo, posto sotto indagine è poi stato sollevato da ogni addebito e la sua posizione è stata stralciata. Ne siamo usciti pulitissimi, anche perché lavoriamo da 8 anni con la massima committenza pubblica nazionale, Anas, Rfi, Italfer, perfino la Marina militare. Abbiamo sempre lavorato con certificati antimafia regolarmente rilasciati”.

E allora, cosa è andato storto avvicinandosi ad Expo? “Quando abbiamo preso il subappalto la società capofila (la Cmb) ci ha detto che era gradito, ancorché non obligatorio, dalla committenza avere l’iscrizione nel registro delle White List previsto dai protocolli di legalità e sicurezza in ambito Expo. Il mio ufficio legale ha provveduto subito a inoltrare la richiesta ma con nostra grande sorpresa è stata respinta. A quel punto io sono andato dal viceprefetto Tripodi per capire le ragioni del diniego portando con me memorie e facendo una deposizione. Quindici giorni dopo, inaspettata, arriva questa interdizione che per le imprese come la nostra equivale a una condanna a morte. La notizia circola e gli appalti vengono revocati per paura”.

E che farete a questo punto? “Come nel caso dell’Anas saremo costretti a fare ricorso e chiedere i danni, con evidente aggravio per il committente pubblico. Ma la cosa peggiore è che la nostra azienda è stata assimilata a quelle dei peggiori mafiosi in assenza di una qualsiasi colpa”. Insomma è la Prefettura ad aver sbagliato? “E’ lo strumento, il patto di legalità alla milanese che non funziona. Il protocollo assegna un potere interdittivo per mafia che ha un effetto letale per l’impresa emesso a totale discrezione e anche in mancanza di una colpa provata. Non siamo stati condannati per alcun reato”.