Dietrofront di Sergio Marchionne sulla Fiom. La polemica sulla disdetta di Fabbrica Italia è ancora calda e il manager sembra intenzionato a sedare gli animi di tutti. E così dopo aver pronunciato un discorso paternalistico all’americana ai suoi dipendenti, dal Salone dell’auto di Parigi manda alle tute blu della Cgil un messaggio quasi di riconciliazione: “Il ritiro di Fabbrica Italia non ha niente a che fare con la Fiom”, ha detto.

Del resto l’amministratore delegato della Fiat in questo momento ha ben altri problemi sindacali da gestire. Oltreoceano, infatti, è finita in tribunale la controversia con il Veba, il potente sindacato dei metalmeccanici americani che nel 2009, all’epoca dell’ingresso di Fiat in Chrysler, era diventato socio del Lingotto nella casa di Detroit con l’impegno a cedere a tranches la sua quota al gruppo italiano (oggi al 58,5% di Detroit) al momento opportuno e a un prezzo da quantificare in base a determinati parametri. Ora  è arrivato il momento del passaggio di mano di un primo 3,3%, ma i rapporti non sono più rose e fiori e l’accordo sul pezzo non si trova, come emerso questa notte. La fissazione del valore, per cui il Lingotto ha chiesto l’intervento del tribunale del Delaware,è particolarmente importante poiché costituirà la base di riferimento per il prezzo delle prossime opzioni che Fiat dovrà esercitare per acquistare il 13,3% del capitale di Chrysler, in tranche semestrali da qui fino a giugno 2016. 

“Il giudice serve per valutare il testo dell’accordo su Chrysler“, ha detto stamattina Marchionne spiegando che il valore della quota è “diverso dalla valutazione dell’azienda” e che la sentenza “dovrebbe arrivare presto”, anche perché la fusione tra Fiat e Chrysler era “un atto dovuto” ed è “da completare”. Ma senza la casa di Detroit “avremmo sofferto le pene dell’inferno in Europa”. Lo sa bene la Borsa che sta punendo il titolo Fiat con vendite abbondanti (-1,11% a metà mattina), mentre il manager ne approfitta per prendere le distanze anche dagli Stati Uniti.  ”Obama personalmente non mi ha dato nulla. Ho avuto dal governo Usa e da quello canadese 7 miliardi di dollari che ho ripagato tutti con il 20% di interessi (indebitando a sua volta la Chrysler e di riflesso la Fita, ndr). Come affare per i due governi non è andato male, se facessero tutti così il deficit sarebbe più basso”, ha detto sostenendo anche che “delle tre case di Detroit siamo l’unica ad avere zero pendenze con il governo americano”.

Quanto al Vecchio Continente e agli aiuti di Stato, se da una parte Marchionne insiste nel dichiarare che “non cerchiamo aiuto nè dall’Italia, nè dalla Ue” e incassa un “tanti auguri” a distanza da Cesare Romiti, dall’altro, come se si trattasse di un altro tema, chiede a gran voce di “cambiare il fisco per favorire l’export”.  Poi le promesse: “Non farò danni per affrontare crisi, ma mi rifiuto di essere messo all’angolo dalla crisi”.

Il salvatore straniero interessato a produrre negli impianti italiani del Lingotto? ”Zero, non ho ricevuto alcuna proposta”. Nemmeno da Mazda che a fine agosto ha visitato gli impianti, ma che non è “interessata a produrre in Italia”. Nostalgia della Confindustria? “Sono contento di come sto adesso. Non mi manca Confindustria, né il rito né tutto il contorno. Siamo stati chiari quando siamo usciti, non sono cambiate nè le prospettive nè gli atteggiamenti di Confindustria nonostante il cambiamento dei vertici.  Abbiamo obiettivi diversi”. 

Spazio, poi, anche per i siparietti.  “Incoraggio Montezemolo a non scendere in politica”, ha infatti detto Marchionne al proposito delle velleità politiche del presidente della Ferrari che ha prontamente risposto: “Quasi sempre seguo i consigli di Marchionne”.