Monta la protesta contro la fusione Hera-Acegas. Da una parte Hera, Spa a maggioranza pubblica che gestisce il cliclo idrico delle province emiliane. Con lei il Pd, che sta accompagnando senza troppi clamori l’operazione. Dall’altra il Movimento 5 Stelle, Sinistra Ecologia e Libertà e Italia dei valori. Un muro contro muro che prima o poi potrebbe portare allo scontro i vari consigli comunali che saranno chiamati a dare il via libera alla fusione. “E’ la violazione degli esiti referendari”, tuonano da mesi i comitati per l’acqua bene comune che poco meno di un anno e mezzo fa hanno stravinto il refendum e che ora si sentono traditi dalla politica, a loro dire incapace di applicare nella pratica la volontà popolare.

Con i comitati si è schierata Sel, che sta provando a mettere i bastoni fra le ruote alla fusione. Dall’Emilia-Romagna al Veneto passando per il Friuli, i vendoliani chiedono di ritardare nei consigli comunali il voto che dovrà obbligatoriamente sancire l’integrazione Hera-Acegas. “Quella ipotizzata è una grossa operazione finanziaria che riguarda il futuro della gestione dei servizi essenziali nei nostri territori, con ricadute importantissime sulla qualità dei servizi stessi, sul loro radicamento territoriale e sulle tariffe”, spiegano in una nota i coordinati regionali del partito. Da qui la richiesta di “una discussione pubblica più ampia, nonchè un approfondimento nel merito che mal si concilierebbe con i tempi attualmente previsti per il voto”.

Una discussione che non ci sarà, almeno a Bologna. Il Pd da una parte ha rassicurato gli alleati, dall’altra ha deciso di rispettare i tempi e di votare il prossimo 8 ottobre, invece che assecondare i vendoliani che chiedevano “qualche mese in più per avviare una discussione partecipata”. Per intanto c’è il secco “no” all’operazione Hera-Acegas dell’Italia dei Valori, che anche in Consiglio regionale ha anche provato a presentare un ordine del giorno chiedendo l’applicazione del referendum sull’acqua pubblica. Ordine del giorno fermato dai voti di Pd e Pdl, con i democratici che si sono opposti per motivazione “tecniche” e non di principio. A favore invece Movimento 5 Stelle e Sel.

Due i problemi emersi fino a questo momento. Con la fusione i comuni vedrebbero diminuire il proprio peso politico all’interno della nuova società. Non è il controllo formale ad essere messo sotto accusa, “ma la possibilità reale dei cittadini di decidere in materia di ciclo idrico e gestione di un bene comune come l’acqua”. “Si tratta di un’operazione finanziaria che toglie dai territori la gestione dei servizi pubblici locali, i comuni non conteranno più nulla. Le bollette dell’acqua e dei rifiuti continueranno ad aumentare in modo spropositato. Non calano le perdite idriche, calano invece investimenti e manutenzione, aumenta invece il debito accumulato: 2 miliardi e 800 milioni di euro dopo la fusione”,  recita una lettera aperta firmata dai comitati acqua bene comune di Emilia, Veneto e Friuli. I comitati contestano anche il motivo di fondo dell’operazione, una fusione che punta a creare una maxi multiutility capace di competere sul mercato dei servizi regolati e non. “Ma non esiste mercato, né dell’acqua né dei rifiuti. Lo hanno deciso 27 milioni di italiani che hanno scelto di togliere dall’acqua profitti e speculazione”, tuonano i referendari.

Altra questione che preoccupa molti, a cominciare dal Movimento 5 Stelle, è l’annunciata entrata in Hera del Fondo strategico italiano (Fsi), holding di partecipazione controllata al 90% dalla Cassa depositi e prestiti. Col suo 7% Fsi affiancherà i Comuni nella quota di controllo di Hera, togliendo altro potere decisionale ai territori, e di conseguenza ai cittadini. “E’ chiaro – spiega un comunicato del Movimento 5 Stelle Emilia Romagna – che il big player all’interno di Hera diventerà Fsi, a tutti gli effetti uno dei membri del Patto di Sindacato. Essendo membro, potrà acquistare (e i piccoli Comuni affamati di liquidità potranno vendergli) quote, con il capitale che certo non manca. Per cui si apre un nuovo scenario: cioè che la maggioranza di Hera venga acquistata da una società a maggioranza pubblica, ma con una importante componente privata al suo interno”. Insomma, “un trucco col quale ignorare e raggirare l’esito dei referendum sull’acqua, consentendo l’ingresso in massa dei privati nella super-multiutility”.