“La riduzione del deficit greco e la sostenibilità del debito sono obiettivi ormai fuori portata”. Lo scrive il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, secondo cui la troika starebbe maturando la consapevolezza che la Grecia non riuscirà a uscire dalla crisi. Lecito chiedersi: ma allora a chi è giovato mettere in piedi il teatrino del memorandum? La notizia giunge all’inizio di quella che potrebbe essere una settimana decisiva, non solo per i conti ellenici ma per l’intera tenuta dell’Eurozona, tra scioperi selvaggi e una maggioranza, quella guidata dal conservatore Samaras, per niente sicura di portare a casa il voto atteso per fine mese sui nuovi tagli “lacrime e sangue” per quasi 12 miliardi di euro.

Il quotidiano teutonico, citando fonti vicine alla troika impegnata in questi giorni nel comporre il report propedeutico alla nuova tranche di aiuti da 31 miliardi di euro, scrive che fino ad ora i creditori presupponevano che la Grecia avrebbe raggiunto un livello di debito sostenibile entro il 2020, un obiettivo che stando ai parametri noti oggi, “è irrealizzabile”. Infatti le condizioni stabilite nel secondo progetto di aiuti (consistenti in 130 miliardi di euro di prestiti, con ulteriori 70 miliardi di remissione del debito) risulterebbero al momento nulle, perché basate su stime non praticabili. Il riferimento è alla spada di Damocle rappresentata dal rapporto debito-Pil della Grecia fino al 120,5% entro il 2020, ad oggi fermo al 160%. Quell’obiettivo sarebbe stato possibile, scrive ancora l’Handelsblatt, solo se Atene avesse accusato un avanzo primario (escluso il rimborso del debito) del 4,5% del Pil nel 2014. Secondo le fonti citate dal giornale ciò non accadrà prima del 2016.

Si tratta in assoluto della prima volta che, proprio dall’interno del Paese capofila del continente, vengono sollevati dubbi sulla funzionalità del memorandum, che se ha provveduto a infliggere tagli orizzontali su pensioni, stipendi, indennità e welfare, non ha controbilanciato con misure di crescita, una politica di sola riduzione di spesa pubblica, seppur utile ad interrompere anni di sprechi. E al contempo continuando a versare altra liquidità, via Bundesbank, in un sistema che presenta falle a tutti i livelli. Senza prendere in considerazione “cure” alternative, come quella avanzata proprio all’inizio della crisi dal premio nobel per l’economia Christopher Pissaridis, favorevole a un default controllato che attutisse gli effetti di un fallimento che tecnicamente si è già verificato, così come rilevano molte agenzie di rating e molti istituti di credito internazionali.

Il tutto mentre il governo Samaras da un lato preme per far digerire alla sua maggioranza e ai cittadini il nuovo piano di tagli per 11,5 miliardi di euro e dall’altro invoca più tempo per realizzare quelle riforme che, ancora oggi, la cancelliera Merkel è tornata a chiedere. Se alcuni ministri europei in occasione del vertice di Cipro hanno mostrato di voler aprire alle richieste di Atene, dall’altro la riluttanza della Germania si basa sul fatto che la concessione di una proroga temporale potrebbe precludere ad altri aiuti di carattere economico. Certo, il premier Samaras, come ha ribadito in occasione di una sua intervista al Washington Post, crede che l’opzione di uscire dall’eurozona non sia praticabile per il Paese, assicurando di essere “qui per adempiere ai nostri obblighi e raggiungere obiettivi”.

Ciononostante il suo mandato prosegue con una serie di incognite. Si pensi al ritardo sulla tabella di marcia delle privatizzazioni (al cui vertice della società preposta si sono susseguiti già tre presidenti in meno di un anno), alla riduzione del pubblico impiego a tutti i livelli mentre la politica ellenica si distingue per una serie di scandali come il canale della Camera che inforna giornalisti e operatori, come la lista dei correntisti ellenici in Svizzera, in cui figurerebbero alti prelati oltre a deputati di diversi partiti, o come la frettolosa chiusura dello scandalo Siemens che vede coinvolta la multinazionale tedesca in occasione delle Olimpiadi del 2004, senza dimenticare il continuo acquisto di armamenti da parte di Atene (Thyssenkrupp su tutti) nonostante le ristrettezze imposte ai cittadini.

Per questo il quotidiano Dimokratia dedica un titolo indicativo alla situazione del paese: “Bomba”. Anche in riferimento alla terza riduzione in due anni di pensioni e indennità, puntando proprio sulla contingenza della direzione di marcia intrapresa da Samaras, e aldilà di promesse o di annunci. Quotidianità che porterà a una sventagliata di scioperi in questa settimana, quando incroceranno le braccia i docenti delle scuole superiori, delle università e i rettori; i farmacisti ancora in attesa dei rimborsi milionari da parte dello stato, oltre ai medici ospedalieri che garantiranno solo le emergenze da codice rosso. Anche i giudici sono pronti a scendere in campo in segno di protesta contro la cura dimagrante per gli stipendi e quelli della corte di Appello di Atene hanno in programma una manifestazione di protesta, mentre fino alla fine di settembre i procuratori di tutti i tribunali penali del Paese interromperanno le sedute per cinque ore. Anche i trasporti verranno interrotti per 24 ore (metropolitana, i tram e le ferrovie della capitale).

Una criticità che si somma ai numeri dell’Ocse, secondo cui la Grecia è all’ultimo posto per la ricerca e lo sviluppo, un dettaglio significativo proprio in chiave di future strategie per la ripresa, così come qualcuno ipotizza portando l’esempio dell’Argentina. Atene infatti secondo una ricerca dell’Ocse si trova ben al di sotto della media dei Paesi membri per quasi tutti i criteri che consentono di valutare comparativamente le prestazioni del sistema nazionale della scienza e dell’innovazione. Si legge nel rapporto “Ocse Scienza, tecnologia e industria Outlook 2012” che la crisi rende praticamente impossibile la crescita della spesa (già estremamente bassa) per la ricerca e lo sviluppo, che sono allo 0,6% del Pil e al 1,5%.

Nessuno però menziona quella che potrebbe essere una via di uscita per il paese: le risorse naturali presenti in abbondanza nell’Egeo, dove secondo una stima ci sarebbero 28 miliardi di barili di petrolio, oltre a gas naturale e a giacimenti di altri minerali. Di cui, forse, solo il governo greco non si è ancora accorto, mentre Cipro ha già concluso un accordo con Tel Aviv per lo sfruttamento comune.

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