“Da quando Obama è presidente, il prezzo del gas è raddoppiato – ruggisce uno spot dell’American Energie Alliance – Dite ad Obama che non possiamo più tollerare la sua fallimentare politica energetica”. L’attacco finale al candidato democratico è cominciato, i giganti del petrolio lo portano avanti a suon di milioni di dollari: se con la mano sinistra ne hanno speso oltre 150 in spot televisivi per denunciare gli scarsi risultati ottenuti dall’uomo che 4 anni fa conquistò la Casa Bianca parlando di energie rinnovabili, con la destra finanziano la campagna elettorale dell’avversario repubblicano. Lo scopo è chiaro: sconfiggere Obama nella convinzione che, una volta eletto, Mitt Romney si affretterà ad annacquare le leggi che tutelano la qualità del suolo e dell’aria e permetterà loro di trivellare l’America in lungo e in largo in cerca dell’oro nero.

Quando nel 2008 Obama puntava dritto verso la Casa Bianca, i temi ambientali erano così popolari che le compagnie petrolifere facevano a gara per pubblicizzare i loro investimenti nelle energie pulite e persino il suo sfidante McCain si schierava a favore delle politiche di contrasto del global warming. Oggi l’aria è cambiata. A meno di due mesi dall’Election Day del 6 novembre, le compagnie energetiche hanno speso 153 milioni in spot che promuovono l’utilizzo di combustibili fossili e criticano le rinnovabili, secondo uno studio condotto dal New York Times su un panel di 138 pubblicità televisive. Quattro volte la cifra, 41 milioni, investita dai democratici e dalle organizzazioni ambientaliste per difendere i risultati delle politiche dell’amministrazione Obama.

L’American Petroleum Institute, sostenuto dai più grandi produttori del Paese, sta capeggiando la rivolta: l’istituto ha speso 37 milioni nella campagna “I’m an energy voter” (“Io voto per l’energia”) che tira la volata a Romney puntando il dito contro le leggi che potrebbero rallentare le trivellazioni e denunciando la proposta di Obama di eliminare gli sgravi fiscali all’industria del petrolio, valutati da Bloomberg in 24 miliardi. “Nuove tasse sull’energia ricadrebbero sugli automobilisti e sulle famiglie”, recita uno degli spot. E l’Institute è solo una delle circa 20 organizzazioni, tra cui la potentissima American for Prosperity, spalleggiata dal petroliere multimiliardario David H. Koch, che hanno messo Obama nel mirino.

Il 2008 è lontano. Allora il global warming era l’incubo da sconfiggere e i green ads surclassarono quelli in favore dei combustibili fossili: 152 milioni contro 109. Il tema dettato da Obama era così forte che persino il gigante Chevron pubblicizzò in lungo e in largo i suoi investimenti nell’energia geotermica, mentre McCain spese milioni in spot che presentavano fotovoltaico e fattorie eoliche come soluzioni al problema. Poi sono arrivati gli errori del presidente: dal 2010 la legge promessa contro i grandi inquinatori dell’aria giace lettera morta al Congresso e la moratoria di un anno delle trivellazioni decisa dopo il disastro della marea nera nel Golfo del Messico ha lasciato posto al permesso di riprendere a scavare ovunque, persino nei mari dell’Alaska.

Così molti grandi investitori green hanno voltato le spalle al presidente. Un esempio: nelle scorse presidenziali l’Alliance for Climate Protection, guidata dall’ex vice-presidente Al Gore, investì 32 milioni in spot pro-Obama. Quest’anno l’organizzazione non ha sborsato un dollaro per la comunicazione televisiva, preferendo puntare tutto sui social media. Nel frattempo è cominciata la guerra dei petrolieri, con i repubblicani che hanno gioco facile ad attaccare l’amministrazione uscente per lo scandalo Solyndra (società produttrice di pannelli solari capace di incassare mezzo miliardo in mutui federali per poi dichiarare bancarotta), e per la decisione di bloccare lo sviluppo della Keystone XL Pipeline, complesso di oleodotti che avrebbero dovuto unire il Canada al Golfo del Messico.

Al di là delle cifre, il quadro generale – dicono gli analisti – potrebbe essere favorevole ad Obama. “Le compagnie si sentono minacciate – spiega Ken Goldstein, presidente di Kantar Media’s Campaign Media Analysis Group – e reagiscono investendo in pubblicità”. Ma c’è un altro dato che non fa dormire sogni tranquilli al presidente: mentre i potentati del petrolio hanno finanziato direttamente con 13 milioni la campagna di Mitt Romney, non sono andati oltre i 950 mila dollari per Obama, stando ai dati del Center for Responsive Politics. I 78 mila dollari versati nelle casse dei democratici dall’industria green strappano appena un sorriso.