“Milites, muvète!” urla il comandante alla truppa in perfetto latino. Poi aggiunge, rivolto a un sol uomo: “Aò, t’ho detto de tenerlo arto quelo scudo”. Villa di Massenzio, Parco dell’Appia antica, Roma. Ecco la promozione della cultura nell’era Alemanno. Un’immensa area archeologica (sottoposta, in teoria, a severissimi vincoli) trasformata in un campo di battaglia per gladiatori in cerca di gloria o in un mercato per ancelle che riproducono le acconciature delle imperatrici. “Ma non capisco perché dobbiate associare le rievocazioni storiche dell’antica Roma all’ideologica nostalgica del Ventennio”, si affretta a dire il consigliere Pdl Federico Rocca mentre accanto a lui sfilano i fasci littori.

Rocca è il principale sponsor – pubblico – di quest’iniziativa, 30 mila euro – pubblici – donati attraverso il bando per l’Estate romana e un passato da segretario del Fronte della Gioventù . Gli altri “spicci”, 70 mila euro, racimolati attraverso la Camera di Commercio, il cui stand vuoto accoglie gli sparuti visitatori, e qualche sponsor, privato, con sede a Verona.“Questo è il primo festival sulla cultura romana, siamo tutti storici e archeologi, siamo stati invitati persino a Tarragona” spiega Giulio Ranaldi, il fondatore della società Basileia, che organizza i Ludi. Una società che inizia a lavorare nel 2008, anno dell’avvento del sindaco Alemanno, e che in 4 anni riesce a inserirsi in ben 60 istituti pubblici della Capitale con laboratori didattici. “Nessun folklore, è cultura”.

Video di Tommaso Rodano

Infatti poco oltre c’è Dario Battaglia, “nomen omen“, occhi azzurri, barba e codino ingrigiti e petto nudo. Anzi, a dire il vero è nudo quasi tutto, se non fosse per un cinturone formato famiglia e per fazzoletto triangolare che copre le pudende. Napoletano di nascita, bergamasco di adozione, quattro anni in polizia, è stato fino al 2011 presidente di “Ars dimicandi”,un’associazione che va in giro “per l’Italia e l’Europa” a esportare l’arte romana dei combattimenti. “Fin da bambino ero appassionato di arti marziali e antichità romane – racconta –. Il successo è cominciato 22 anni fa, quando un professore di Bologna mi chiamò per una consulenza. Da allora faccio il gladiatore. Di mestiere”. Accanto a lui si forma un capannello di “colleghi”, più o meno giovani, ma vestiti, loro sì, con tanto di armatura. Un signore anziano mostra con orgoglio il tatuaggio sul braccio: una corona d’alloro e al centro la scritta “H501”. Il codice catastale di Roma. I gladiatori, “questi gladiatori, mica quelli del Colosseo”, combattono davvero, ma hanno lance e pugnali spuntati, “sennò ero in galera da 20 anni” ride Dario presentando la sua legione. Per chi volesse, c’è il laboratorio per bambini, “Arruolati nella legione romana”, se sopravvivi alla vista degli animali impagliati. E però ci sono anche i più tradizionali “Parvi equites”, i pony, con buona pace delle rovine romane e del divieto di accesso ai cani.

Chissà se qualcuno, dalla Sovrintendenza ai beni archeologici, ha dato il via libera a una manifestazione di questo genere, in un’area già tanto compromessa. Ranaldi giura di sì, anzi c’è anche un funzionario che ricorda la Conferenza dei servizi che si è svolta in Campidoglio il 7 settembre. Due giorni prima dell’inizio, quando già Roma era tappezzata di pubblicità. “Peccato che non abbiano coinvolto né me, né la sovrintendente” confessa Andrea Catarci, presidente – di centrosinistra – dell’XI municipio. Le ancelle danzano sulle note delle antiche musiche, alcuni improbabili sacerdoti inneggiano alla Triade romana – tre statuette appoggiate su un trespolo – diffondendo incenso ecclesiastico e parole latine. Poco più in alto le botteghe, vere, vendono nostalgici prodotti in cuoio e merchandising vario. All’improvviso cala il silenzio: sono arrivati i greci per il combattimento.