Tutto cambia perché nulla cambi: a poco più di un mese dall’entrata in vigore della riforma del lavoro targata Fornero, la situazione occupazionale resta drammatica. E le nuove norme non sembrano agevolare l’inversione di rotta tanto auspicata nelle intenzioni, almeno a quanto emerge da una ricerca della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. Lo studio analizza le conseguenze del primo mese di applicazione della riforma, attraverso un sondaggio svolto su un campione di studi professionali. Il quadro in cui ci si muove è preoccupante: dagli ultimi dati dell’Istat emerge che in cinque anni il numero di occupati tra i 15 e i 34 anni è diminuito di circa un milione e mezzo, ovvero del 20%. I giovani senza lavoro sono 1 milione 385mila, e pochi meno sono i disoccupati più “adulti” (1 milione 320mila persone). Si attendeva un segnale da parte delle aziende, ma per il momento la reazione alle nuove regole è di forte diffidenza.

Secondo lo studio, nel 93% dei casi la riforma ha impedito l’avvio di nuovi contratti a progetto. Non ha portato benefici nemmeno la possibilità di eliminare la causale per il primo contratto a termine: il 52% dei consulenti sostiene che la novità non ha prodotto un aumento significativo dei rapporti di lavoro, e solo il 20% pensa che la nuova norma servirà a qualcosa. Le aziende, poi, lamentano numerose difficoltà nell’applicare alcune delle norme previste dalla legge Fornero. Ad esempio, l’obbligo di comunicazione per i rapporti di lavoro intermittente. Nel 41% dei casi i problemi riguardano la mancanza di strumenti adatti; nel 36% l’impedimento è dato dalla carenza di personale idoneo. In ogni caso, questi rapporti non sembrano destinati a cambiare natura: alla fine del regime transitorio, solo il 3% dei datori di lavoro sarebbe disposto ad assumere i dipendenti a tempo indeterminato, mentre la maggioranza assoluta, il 54%, sa già che questi lavoratori verranno lasciati a casa perché “incompatibili con le nuove norme”, andando a ingrossare le fila dei disoccupati.

Presenta criticità anche l’applicazione pratica di una delle misure più a favore dei lavoratori, quella contro l’odiosa pratica delle dimissioni in bianco per le donne. Secondo lo studio, il 56% dei datori di lavoro ha incontrato “problemi applicativi”, mentre il 36% lamenta di essere rimasto vittima della burocrazia. Una riforma che stenta quindi a ingranare, e sulla quale anche il giudizio dei consulenti del lavoro è severo: il 90% degli intervistati ritiene che le regole che disciplinano le nuove assunzioni creino solo maggiore rigidità, impedendo la nascita di nuovi posti. Anche la normativa sulla flessibilità in uscita è considerata penalizzante dal 73% del campione, mentre il 23% è convinto che la norma agevoli solo le grandi imprese. A frenare le nuove assunzioni è anche l’eccessivo costo del lavoro dipendente: un’altra ricerca della Fondazione rivela infatti che le imprese pagano il 114% in più rispetto al netto in busta, per tasse, contributi e altre voci di spesa. E su questo fronte la riforma, denunciano i consulenti, introduce un ulteriore onere, aumentando dell’1,4% la quota di contributi che l’azienda deve pagare per ogni contratto a termine: la cifra raccolta servirà a finanziare l’Aspi, la nuova assicurazione sociale per l’impiego che dovrà provvedere alle indennità di disoccupazione e mobilità. Anche in questo caso, una norma pensata per scoraggiare l’abuso dei contratti precari e recuperare risorse per gli ammortizzatori sociali viene vista come un ulteriore deterrente dagli imprenditori. La strada del cambiamento resta in salita, mentre in Italia si lavora sempre meno.