“Non mi parlate di conflitto tra istituzioni… Spero cessi”. Così l’ex presidente del Senato, Nicola Mancino, risponde a chi gli chiede se sulla riapertura delle indagini sulla presunta trattativa tra Stato e mafia ci sia un conflitto istituzionale in atto. L’ex ministro dell’Interno, è a Montevergine, nell’avellinese, in occasione della Festa della Madonna del Santuario, che sarà celebrata con una messa del cardinale Tarcisio Bertone. Alle domande insistenti dei cronisti sul conflitto di attribuzione sollevato dal Colle davanti alla Corte Costituzionale rispetto alla Procura di Palermo sulla intercettazione delle telefonate il senatore ha risposto: “Di questo non voglio parlare”. Anche se ancora oggi non smentisce l’articolo di Panorama. Bollato come falso sia dal Quirinale sia dalla Procura di Palermo, che però ha aperto un’inchiesta. 

Dopo la pubblicazione da parte del magazine di una presunta ricostruzione delle telefonate intercorse tra Mancino, indagato a Palermo per falsa testimonianza nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il senatore al fattoquotidiano.it aveva detto che non non confermava e non smentiva per senso delle istituzioni e che il segreto era stato violato. E l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la cui famiglia possiede il gruppo Mondadori editore del settimanale, ha fatto sapere di essere estraneo a ogni tentativo di condizionare il capo dello Stato. Lo scoop di Panorama ha dato, però, la possibilità al Pdl di chiedere in coro al governo di accelerare sulla legge sulle intercettazioni che non è allo stato tra le priorità dell’esecutivo dei professori. Tutta la politica, tranne poche eccezioni, si è schierato con il Quirinale e in campo è sceso anche il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso che ha paragonato la situazione di questi giorni a quella del 1992: “Oggi assistiamo ad una ulteriore destabilizzazione fatta da menti raffinatissime”. 

Intanto il dibattito sulla questione riempe le pagine di commenti dei giornali. Il costituzionalista Michele Ainis, sul Corriere della Sera, ricorda “i dubbi del diritto” e ammonisce “la cattiva politica” . Secondo il giurista, che fino a qualche tempo fa sosteneva la necessità di distruggere le intercettazioni che riguardavano Napolitano, “c’è un dubbio giuridico all’origine di tutta la vicenda. Ed è un dubbio legittimo comunque lo si giri. In sintesi: se registro casualmente una chiacchierata del capo dello Stato, devo distruggerla subito o devo attendere la formalità dell’udienza stralcio? Nel silenzio del diritto Palermo propende per la seconda soluzione; il Quirinale per la prima. A sua volta, la tesi della Procura implica che l’intercettazione possa prestarsi a un uso processuale. Verso chi? Se il nastro registrato può diventare fonte di prova rispetto al presidente (i pm di Palermo hanno smentito che ci siano elementi penalmente rilevanti nella conversazione, ndr) significa che lui deve considerarsi responsabile per i delitti comuni (su quelli funzionali decide il Parlamento, non la magistratura). E qui, di nuovo, c’è una pagina bianca della Costituzione...”. Anais invoca un cambiamento, una riforma della legge fondamentale dello Stato: “E allora ben più logico, più plausibile e sensato ricomprendere anche i reati comuni nell’attentato alla Costituzione… non fosse altro perché un presidente che rubi o intrallazzi tradisce la sua funzione costituzionale” , Intanto i nostri politici  per Anais sono “galli che razzolano nel nostro pollaio” che “si curano ben poco dei dubbi del diritto” nell’attesa che la Consulta decida, pare entro Natale, sul conflitto. Sul quale il professore si chiede cosa c’entri “con la riforma delle intercettazioni”. In una situazione di confusione “le questioni giuridiche diventano subito politiche, o meglio partitiche. E la cattiva politica si riversa sulle stesse istituzioni. Intanto ha indebolito la più alta, l’unica  a reggere il timone in questi tempi di burrasca” e il costituzionalista invita a chiedersi il perché. 

E sulle pagine de “Il Giornale” il direttore editoriale Vittorio Feltri, polemizzando con coloro che adesso si occupano delle intercettazioni perché la questione ora riguarda il capo dello Stato, ribadisce la richiesta di una approvazione di una legge sulle intercettazioni. Feltri si rivolge ai “corazzieri” del Quirinale individuandoli nei principali quotidiani, che oggi a parte quello di via Solferino appunto, per lo più tacciono. E poi incalza “ci si aspettava tuttavia da Napolitano un gesto politico dal seguente significato: poiché non ho commesso scorrettezze, i magistrati agiscano come meglio credono con le intercettazioni che mi riguardano, le inseriscano negli atti, le rendano note, le mandino al macero, non m’importa niente perché niente di sconveniente ho fatto …. Invece il presidente, complicando le cose a proprio danno, si è addiritttura rivolto alla Corte Costituzionale… Mossa sbagliata, sbagliatissima”. Anche Maurizio Belpietro, dalle pagine di Libero, parla di “corazzieri di carta” criticando gli altri giornali perché invece di “informarci del turbamento del capo dello Stato” non hanno chiesto a Napolitano “se fossero vere le anticipazioni di Panorama”. Una ricostruzione che non può essere farina del sacco berlusconiano secondo Mario Sechi, direttore de “Il Tempo“. Non può può essere un complotto del “Cavaliere nero” con “quelli del laghetto di Segrate” ragiona il giornalista. Anche perché “nessun partitante con un po’ di esperienza mette in piedi un così sgangherato teatrino dei pupi senza avere la sapienza di un puparo. Ecco perché non ci credo. Se questo è un complotto gli sceneggiatori del Pdl che lavorano agli action movie di Silvio hanno un grande futuro. Nel cinema comico“.