Lavoro “coatto”, lavoro senza una retribuzione. Il sindaco di Londra, il conservatore Boris Johnson, aveva promesso prima di essere rieletto in giugno: “Nel mio prossimo mandato creerò 200mila posti di lavoro nella capitale”. E un modo il biondo Johnson lo ha trovato, per il momento: costringere 6mila giovani londinesi che prendono “benefit”, gli aiuti di Stato per tanti disoccupati, a lavorare per tredici settimane senza essere pagati. Pena in caso di rifiuto, la perdita dei benefit e il ritorno nel girone della disoccupazione. Ma le associazioni contrarie al lavoro coatto ora insorgono: “Questa è solo una enorme punizione per chi già è stato sfortunato”, dicono. Ma Johnson ha dalla sua il Department of work and pensions, il dipartimento ministeriale per il lavoro e le pensioni, che già mesi fa aveva lanciato, senza successo, un programma simile. Allora la durata del lavoro obbligatorio era di un mese e il risultato è stato poco incoraggiante: pochissimi avvii al lavoro retribuito avvenuti, proteste – spesso anonime, per non perdere gli aiuti – dei giovani, e persino un aumento del numero di lavoratori che hanno dovuto ricorrere alla malattia.

I benefit, in realtà, sono cosa di poco conto. Un disoccupato prende in media 56 sterline a settimana, circa 70 euro. Ma sono soldi comunque fondamentali per chi non ha un lavoro, una cifra che rappresenta il discrimine fra il fare la fame e non farla. Ora, appunto, una parte “selezionata” dei disoccupati fra 18 e 24 anni sarà praticamente costretta a lavorare per più di tre mesi senza vedere una sterlina. Si dovrà lavorare soprattutto per le associazioni benefiche e per lavori socialmente utili, ma lo stesso sindaco di Londra non ha escluso l’impiego dei giovani disoccupati in aziende private a scopo di lucro. Il sottosegretario al lavoro Chris Grayling ha detto: “Non vogliamo che tanti nostri giovani continuino a non fare nulla durante la giornata e a giocare ai videogame dalla mattina alla sera. Questo è un modo per inserirsi nella società e nel mondo del lavoro. La cultura del ‘something-for-nothing’ – qualcosa per niente – è passata, non fa più parte della nostra cultura politica. E chi parla di schiavismo e di lavoro forzato sbaglia, perché questo è quello che oggi richiede la società”.

Il progetto, finanziato dal Fondo sociale europeo, partirà alla fine del 2012, ma ha subito attirato le critiche di tante associazioni per la difesa dei diritti dei lavoratori e dei principali sindacati. Come Boycott Workfare, la cui leader Liz Wyatt ha detto: “Grayling e Johnson si stanno arrampicando sugli specchi. Abbiamo già visto fallire il primo progetto di lavoro coatto, con tanti giovani impiegati senza retribuzione persino nei supermercati Tesco. Ora il sottosegretario e il sindaco stanno solo cercando di rifarsi una faccia”. Ma Grayling ha replicato: “Il nostro è solo un nuovo approccio ai benefit, sull’esempio di quanto fatto da altri paesi europei. Per avere il welfare bisogna pagare e versare tasse e contributi, queste sono le regole, altre strade non ne vedo. E così dobbiamo fare in modo che questi giovani entrino il prima possibile nel mondo del lavoro”.

Le associazioni sono critiche, tuttavia, anche per quei tanti taglia al welfare effettuati dal governo di David Cameron. “Così a problema si aggiunge problema, non possiamo togliere da una parte e obbligare tanti giovani a dare dall’altra”, dicono. Il gruppo Right to work ha anche aggiunto: “Questa del lavoro obbligatorio è una vera e propria punizione per chi già sta nel fondo della società. Ora mobilitiamo tutti gli attivisti, dobbiamo costringere governo e sindaco di Londra a fare una retromarcia, non possiamo più tollerare affronti alla dignità umana di questo tipo”. Ma il sindaco Johnson ha replicato: “Questo è un buon modo per dare ai giovani le tante competenze richieste dal mercato del lavoro. Solo così potremo garantire loro una vera carriera professionale”.