Alla fine le manette sono arrivate. In città, si aspettavano da tempo e in tanti si chiedevano come mai ancora non fossero scattate attorno ai polsi di quel consigliere regionale repubblicano, eletto nella lista “Insieme per la Calabria – Scopelliti presidente”, già rinviato a giudizio per corruzione elettorale (prossima udienza a dicembre). Sulla stampa locale, indiscrezioni puntuali e dettagliate parlavano infatti già da anni di “stranezze” a lui riconducibili. Sono state, tuttavia, necessarie innumerevoli denunce da parte del primo dei non eletti nel suo stesso partito (l’avvocato Aurelio Chizzoniti, che ha dato il via alle indagini) e un’avocazione dell’inchiesta da parte della procura generale (che affianca altri reati al voto di scambio), perché Antonio Rappoccio finisse in carcere, arrestato dalla sezione polizia giudiziaria della Guardia di finanza di Reggio Calabria.

Classe ’60, dipendente Afor (l’Azienda forestale calabrese), lungo curriculum politico, Rappoccio è accusato di essere il promotore e l’organizzatore di una vera e propria associazione a delinquere, messa in piedi con un gruppo di collaboratori (17 in tutto gli indagati, i principali dei quali sono impiegati nella struttura del Consiglio regionale che fa capo all’onorevole). Finalità dell’associazione: garantire il successo elettorale nelle competizioni a cui Rappoccio e i suoi sodali avrebbero di volta in volta partecipato. In che modo? Attraverso il classico copione dell’offerta di lavoro in cambio di voti. Affinato però con tecniche “innovative” e convincenti.

video di Francesco Cufari

Rappoccio e la sua “cricca”, infatti, non si sarebbero limitati alle semplici promesse generiche di assunzione, ma avrebbero fabbricato posti di lavoro fittizi per i potenziali elettori. Tramite apposite cooperative e società (Alicante, Iride Solare e Sud Energia spa), avevano dato luogo a selezioni di personale da impiegare in fantomatiche industrie del settore energetico e avevano addirittura bandito un concorso. Per partecipare, i disoccupati interessati – invitati con lettera dalla Sud Energia, che comunicava loro il prossimo impiego presso le proprie “unità operative” – avevano perfino dovuto pagare: 15 euro per l’iscrizione alla cooperativa e 20 euro per il concorso (da cui l’accusa ulteriore di truffa aggravata). Se ciò non bastasse, poi, per smentire le testate locali che parlavano di “società fantasma” il consigliere d’amministrazione Domenico Lamedica era arrivato a convocare una conferenza stampa : «la Sud Energia non abbandona il territorio e il proprio progetto imprenditoriale – diceva perentoriamente – ma è fermamente determinata a restare e ad agire a favore del territorio reggino e a contribuire al suo sviluppo economico e sociale».

Irresistibile, dunque, l’attrattiva di un lavoro possibile, a cui in circa 850 avevano risposto, sborsando le somme richieste per scommettere sul proprio futuro e promettendo (e dando), in cambio, il voto, proprio e dei propri familiari, al candidato, attraverso la sottoscrizione di una scheda, loro sottoposta al momento dell’iscrizione. «Successe che un articolo di stampa apparso su un quotidiano – dice agli inquirenti uno dei collaboratori del politico, Emilio Domenico Tripepi – mise in allerta il Rappoccio, a che disponeva di distruggere tutta la documentazione. Dopo disponeva che tutta la documentazione riferita alle elezioni regionali doveva scomparire dalla sede».

Per i magistrati reggini, Rappoccio (che si sarebbe anche rivolto al boss pentito Nino Lo Giudice per chiedergli di raccogliere voti per lui) era ben consapevole delle sue azioni. Il gip Vincenzo Pedone scrive di uno «scadimento, sul piano dei valori etici e civili, di una certa parte della classe politica, che con cinica determinazione specula sui bisogni e le aspettative di tanti giovani in cerca di un approdo sicuro». Tanti, anzi tantissimi giovani. Che finivano prima o poi con l’affollare le stanze dell’allora consigliere comunale, a Palazzo San Giorgio, sede del Comune: «il flusso di persone che frequentavano il Gruppo Consiliare Pri, spinte dalla necessità di un posto di lavoro, era così elevato che in una circostanza per motivi di sicurezza intervenne l’ispettore di P.S.», racconta un altro collaboratore, Aldo Claudio Rotilio. Che riferisce anche di come l’idea di questa complessa organizzazione doveva esser nata al politico proprio quando era ancora al Comune, nel 2007, e aspirava al Consiglio regionale. Dove effettivamente approdò nel 2010 con ben 3.814 voti, «senza aver fatto né un manifesto elettorale né “santini”», scrivono ironicamente gli inquirenti. Gli elettori, tra l’altro, venivano contattati dai telefoni del gruppo consiliare, da cui l’altra accusa di peculato.

Ma le mire di Rappoccio non si esaurivano qui. L’onorevole voleva arrivare più in alto, al Parlamento, come conferma Pasquale Tommasini, sua «persona di fiducia»: «una volta eletto al Consiglio regionale, il sig. Rappoccio parlando con me mai ha fatto mistero di aspirare a un posto nel Parlamento nazionale». E c’è da giurare che, con questa campagna elettorale a costo zero, ci sarebbe sicuramente riuscito. Rischio di reiterazione del reato, dice il Gip, che per questo ha disposto la misura cautelare.