Marco Doria ha perso il bus. Si tentano salvataggi in extremis per Amt, l’azienda del trasporto urbano genovese al momento controllata interamente dal Comune, 2.450 dipendenti di cui 1.550 autisti, 700 mezzi e, soprattutto, perdite per 15 milioni di euro. La soluzione tampone, dopo un incontro nel pomeriggio a palazzo Tursi tra vertici aziendali, sindacati e primo cittadino, sembra l’attivazione della cassa integrazione per tutti. I sindacati – la Faisa per prima che ha la maggioranza degli iscritti – ipotizzano un giorno di cassa a settimana per gli amministrativi e una settimana per gli autisti e nel dubbio non hanno ancora revocato lo sciopero in programma per l’11 settembre in cui minacciano di portare i bus vuoti a spasso per la città. In realtà le trattative sono aperte. Il sindaco Marco Doria dice che se non si riesce a fare un piano serio con i sindacati l’azienda va a fondo perché l’iniezione di liquidità comunali per 5 milioni di euro di luglio ”è servita solo a ripianare una falla, ma non a invertire la rotta”.  E a breve Amt si troverà con perdite superiori a un terzo del capitale sociale, con l’obbligo per legge di azzerarlo e ricapitalizzare senza indugi.

I sindacati parlano di ricapitalizzare l’azienda dandole in dote la “Genova parcheggi” o la stazione ferroviaria di Principe, ma secondo il Comune non basterebbe a ridare fiato all’Amt. La Regione Liguria con l’assessore ai trasporti Enrico Vesco paladino dei treni locali con numerosi contenziosi con Trenitalia, nel pomeriggio ha fatto sapere che soldi non ce ne sono più, anche se l’ente garantisce i fondi per la cassa integrazione per tutto il prossimo anno. Per il resto i tagli della spending review hanno ridotto di 2 milioni gli stanziamenti regionali per il trasporto pubblico locale su gomma, che sono quindi scesi da 123,8 a 121,8 milioni di euro.

Ma non si tratta certo di una tempesta improvvisa. La crisi di Amt inizia a metà degli anni novanta, mentre la parziale privatizzazione risale al 2008, anno dell’ingresso della francese Transdev partecipata di Ratp. Cinque anni prima, nel 2003, la giunta Pericu aveva provato a dividere l’azienda in due: tutti gli utili e i depositi a un’azienda sana Ami, tutti i debiti nella classica bad company. E’ finita male: la giunta Vincenzi ha riunificato le due aziende e sull’operazione Pericu la Corte dei conti ha avuto parecchi dubbi tanto da condannare l’ex sindaco per danno erariale ingiungendogli il pagamento di 450mila euro, anche se secondo i giudici il danno complessivo all’erario fu di 9,5 milioni di euro. Nel marzo 2011, poi, Transdev è uscita dalla compagine azionaria ed è restata Ratp che due mesi dopo ha salutato la lanterna lasciando un passivo di 5 milioni di euro e la bozza di un piano aziendale che prevedeva esuberi per 600 dipendenti e altri tagli ai chilometri. La strada per il ritorno sotto l’ala del Comune, avvenuto il 1 gennaio 2012, è stata breve. 

Secondo l’azienda l’attuale buco di circa 15 milioni è legato a un mancato incasso di 20 milioni di finanziamenti pubblici, al costo del gasolio, alle assicurazioni e agli affitti di alcune rimesse. Per far quadrare i conti si è fatta una cura dimagrante: ad esempio Amt ad agosto ha comunicato di 56 auto aziendali ne sono state eliminate 30. Inltre da metà mese gira la bozza di un accordo che prevede 15 minuti di guida in più per ogni autista, la riduzione di 10 minuti nelle pause guida, l’aumento a 39 ore di lavoro settimanali per gli impiegati e il contratto di solidarietà per 500 lavoratori con la riduzione di un quarto delle ore lavorate per 24 mesi. Guarda caso 500 è lo stesso numero di lavoratori che, a detta della Faisa, finirebbero in esubero con la privatizzazione. Il 31 luglio scorso il consiglio comunale col nuovo sindaco eletto da Pd-Sel-Psi-Idv e Federazione della sinistra ha votato per la privatizzazione, ma oggi dice che ”al momento non se ne parla” e che era un’ipotesi su cui bisogna tornare a discutere. In Comune, però, calcolano che senza il recupero di 2 milioni di euro di costi entro la fine dell’anno l’azienda sarà costretta a portare i libri in tribunale.