Una briciola per l’impero di Rupert Murdoch, ma un gesto dall’alto valore simbolico. La Chiesa d’Inghilterra vende tutte le sue partecipazioni in News Corporation, giudicata “poco etica” e incapace di porre rimedio ai problemi sorti nell’azienda in seguito allo scandalo intercettazioni della scorsa estate, che continua con strascichi giudiziari e continui arresti di giornalisti. Ora la gerarchia ecclesiastica di Londra e Canterbury, appunto, mette sul mercato 1,9 milioni di sterline di azioni, 2,4 milioni di euro, pari allo 0,005 per cento del valore di News Corp. sul pubblico mercato.

La Chiesa d’Inghilterra ha 8 miliardi di sterline di partecipazioni ma non investe in aziende del tabacco, delle armi, della contraccezione, in imprese che non rispettano diritti umani e dei lavoratori. Nella sua storia, lo Eiag, acronimo di Ethical investment advisory group e cioè il consiglio per gli investimenti etici della Chiesa, ha ritirato le sue partecipazioni solo un’altra volta, quando mise in vendita 3,6 milioni di azioni in Vedanta Resources, per accuse di violazione dei diritti umani nelle miniere indiane. Ora, appunto, anche il caso Murdoch, il cui operato già un anno fa era stato giudicato “criticabile e poco etico”. Con un comunicato, la Chiesa d’Inghilterra ha fatto sapere: “Non siamo soddisfatti per quello che News Corporation ha finora fatto ma soprattutto non fatto. Non crediamo che nell’immediato futuro questa azienda sia in grado di mostrare un reale impegno di rivedere e implementare la sua governance. La nostra decisione di disinvestire non arriva dal nulla, ma è dovuta a un anno di colloqui con News Corporation che non hanno avuto successo. A tutti questi appuntamenti abbiamo detto all’azienda di rivedere le sue politiche, ma secondo noi nulla di importante è stato fatto e il cambiamento non è stato sufficiente”. Ma, sempre secondo la Chiesa, “non è stato solo il caso delle intercettazioni a farci rivedere la nostra partecipazione. Diciamo che le discussioni sull’etica di News Corporation si sono tenute anche a un livello più generale”.

Una critica velata all’aggressività dei tabloid di Murdoch? Oppure c’è qualcosa di più? L’azienda finora si è rifiutata di commentare, ma di sicuro nei prossimi giorni ulteriori chiarimenti arriveranno dall’arcivescovo di Canterbury, massima autorità ecclesiastica dopo la regina Elisabetta II. Preoccupazione, da parte della chiesa, anche per il troppo potere del tycoon Rupert, che accorpa in sé tanti ruoli aziendali, “al di là di ogni pratica ottimale riconosciuta a livello internazionale”. Ma lo Eiag ha anche detto: “Vendere le partecipazioni è sempre l’ultima mossa alla quale ricorriamo. Noi preferiamo sempre farci sentire e usare lo strumento del dialogo”. Ma questa volta, evidentemente, il dialogo non è bastato e non ha portato a risultati concreti. “Noi non siamo gli unici investitori della City con una grande moralità. Ma le nostre pratiche derivano dalle sacre scritture, da secoli di teologia e autorità nel campo del pensiero umano”, ha aggiunto l’ente per gli investimenti etici. Che, solo l’anno scorso, ha tenuto oltre 35 incontri con aziende britanniche e globali, fra le quali la British Petroleum, coinvolta nel disastro ecologico del Golfo del Messico. Nessuna accusa contro la BP da parte della Chiesa d’Inghilterra, perché “ha dimostrato grande impegno nel recupero ambientale e nel miglioramento delle pratiche aziendali”. Ma le macchie alla morale, evidentemente, sono molto più gravi delle macchie di petrolio.