London’s burning, un anno dopo. Esattamente 12 mesi dopo la deflagrazione dei riots – che partiti dal quartiere di Tottenham si diffusero a macchia d’olio per tutta la capitale e si estesero poi anche alle città di Birmingham e Manchester – la situazione nell’est londinese è ancora esplosiva. Allora furono rivolte, violenze, omicidi, incendi e saccheggi che portarono a cinque morti, centinaia di feriti, migliaia di arresti (3.100 persone arrestate e 1.100 condannate) e danni al patrimonio pubblico e privato quantificabili in oltre 200 milioni di sterline. Oggi, nel quartiere, su case e palazzi sventrati e abbrustoliti sono ancora evidenti i segni della battaglia che fu e l’indigenza pervade ogni senso. Qui a Tottenham la povertà non è neorealismo italiano, nessun miracolo economico si profila all’orizzonte. Qui la miseria fa schifo.

In alto il palazzo divenuto simbolo dei riots avvolto dalle fiamme. Qui sopra le conseguenze dell’incendio subito dopo gli scontri e come la zona si presenta oggi

Il borough di Harringey, di cui Tottenham è parte, è una delle aree a più alta densità abitativa della capitale, composto per oltre la metà da cosiddette minoranze etniche. Qui il 55,3% della popolazione ancora vive sotto la soglia di povertà. Camminando per i palazzoni popolari intorno a High Road tra ragazzini in tuta da ginnastica che gironzolano con aria cattiva, consci che tutto quello che desiderano possono solo prenderselo con la violenza visto che nessuno lo regalerà mai loro, adolescenti incinte, che un figlio è l’unico modo per assicurarsi il sussidio sociale, e capannelli di ubriachi che di prima mattina si ritrovano a bere lattine di birra sulle panchine e cominciano a litigare, la Londra magnifica e scintillante dei teatri e dei musei, delle attrazioni turistiche e dei ristoranti all’ultima moda, sembra lontana anni luce. E le Olimpiadi qui non le vedono nemmeno di striscio, sembra che le facciano in un’altra città.

Eppure, quando al municipio ci accoglie il laburista Alan Strickland, responsabile delle politiche sociali ed economiche di sviluppo del quartiere, ci racconta le magnifiche e progressive sorti del quartiere e la sua felicità olimpica. “La torcia una mattina è passata di qui e la comunità era entusiasta – dice con un sorriso che pare una paresi facciale – Anche a Tottenham si respira lo spirito olimpico. Certo non riceveremo una sterlina dalle Olimpiadi ma a noi va bene così, abbiamo destinato ben 20mila sterline a progetti sociali nel nome delle Olimpiadi”. Nemmeno il fatto che, a fronte di una spesa pubblica di 24 miliardi di cui Tottenham non ha beneficiato, il governo abbia appena destinato 35mila sterline per la realizzazione dell’ennesima opera d’arte, nascosta in fondo all’autostrada che porta al bacino di Eton Dorney, lo scalfisce. “Non abbiamo bisogno di quei soldi, la nostra è una grande comunità e ce la farà da sola”.

Peccato che in giro per il quartiere nessuno sia d’accordo, e l’unico sorriso sembri il suo. “Avrebbero potuto darci almeno le briciole delle Olimpiadi – racconta Ali, il cui negozio di barbiere si trova proprio di fronte al numero 638 di High Road, dove una volta c’era il palazzo che i riots del 2011 rasero al suolo – In un anno non è cambiato nulla, il quartiere è sempre lo stesso schifo e anzi, le Olimpiadi ci hanno danneggiato dato che ci hanno portato via la poca gente che prima, forse per sbaglio, almeno passava di qui”. Anche Niche, titolare dello storico pub Pride of Tottenham, non le manda a dire: “Invece di spendere tutti quei soldi pubblici per fare guadagnare i loro amici, con le Olimpiadi avrebbero potuto aiutarci. Ma ci hanno lasciato nella merda. I riots sono nati nella miseria e nella disoccupazione, e se un anno dopo mi guardo intorno la situazione non è cambiata, c’è la stessa desolazione. Anzi è peggio. Non mi stupirei se qualcuno si arrabbiasse ancora”.

Preoccupazione condivisa da David Lammy, parlamentare laburista ‘dissidente’ di Tottenham, nonché colui che sugli scontri dello scorso anno ha scritto un bellissimo libro. “Secondo me c’è il serio rischio che i riots si ripresentino. Non c’è lavoro, la gente non ha casa e l’incertezza globale si fa sentire – racconta – Le Olimpiadi hanno portato tanti investimenti economici a Londra e nulla, proprio nulla, è arrivato a Tottenham. Non abbiamo visto un soldo. Qui la gente sta male, e la situazione potrebbe esplodere da un momento all’altro”. Lontano da Bolt e da Pistorious, in questa sacca di povertà londinese che pure si trova a pochi chilometri dallo sfarzo dello Stadio Olimpico, la brace sotto la cenere continua ad ardere. Allora la scintilla che fece scatenare la rivolta che mise a ferro e fuoco Londra fu l’omicidio di un ragazzo nero da parte della polizia. Oggi, a quanto dice la gente, potrebbe bastare molto meno.

di Luca Pisapia e Daniele Guido Gessa