Un duro colpo per il governo del presidente siriano Bashar Assad, la defezione del primo ministro Riyad Hijab, passato in Giordania dopo aver messo in salvo tutta la sua famiglia. Hijab era stato nominato il 23 giugno scorso, dopo le elezioni organizzate dal governo a maggio – formalmente le prima pluripartitiche. Il portavoce dell’ex primo ministro, Muhammad el-Etri, ha detto all’emittente panaraba Al Jazeera che la defezione sarebbe stata pianificata “da mesi” ed è stata condotta in collaborazione con il Free Syria Army. Etri ha affermato che Hijab era pronto alla defezione ancor prima di essere nominato primo ministro, ma che Assad non gli avrebbe lasciato scelta: o accettare l’incarico o essere ucciso.  

Fonti siriane raggiunte direttamente dicono che nell’entourage di Assad ci sarebbero molte altre personalità di primo piano pronte a lasciare l’apparato del regime, ma che le defezioni vengono “gestite” in modo da non mettere a repentaglio le famiglie di quanti ancora si trovano in posizioni di responsabilità e anche tenendo conto del fatto che più di uno, nelle strutture governative, passa informazioni ai ribelli. “Il sistema di governo di Assad si sta sfaldando – spiega la fonte, un cittadino siriano vicino all’opposizione ma non coinvolto direttamente – Ci aspettiamo altre defezioni importanti nei prossimi giorni, anche se bisogna valutare la sincerità di queste improvvise fughe. Perché è chiaro che qualcuno sta cercando di posizionarsi per il dopo-Assad, che ormai non sembra più questione di se ma di quando”.

L’ex primo ministro, che è stato membro del partito Ba’ath dal 1998, è stato capo del partito nella sua città natale, Deir Ez-Zor – uno degli epicentri della rivolta anti-Assad – dal 2004 al 2008, prima di essere nominato governatore di Quneitra, la città siriana nel Golan occupato da Israele, e poi di Latakia, nel nord. Da aprile dello scorso anno, era ministro dell’agricoltura, prima di essere promosso a primo ministro, dopo il voto di maggio. Hijab sarebbe diretto in Qatar, dove si stanno radunando altri fuggiaschi di alto livello per cercare di creare una qualche forma di governo di transizione, non senza attriti, peraltro, con la dirigenza del Consiglio nazionale siriano, che riunisce soprattutto gli esuli di lungo corso e teme che ora di essere estromessa, in nome di una gestione “pilotata” del passaggio del guado politico.  

Altri due ministri del governo sarebbero sul punto di annunciare la propria defezione, secondo quanto scrivono al Arabiya e al Jazeera, mentre la tv di stato siriana ha trasmesso una telefonata del ministro delle finanze Mohammad Jalilati che nega di essere stato arrestato mentre cercava di scappare.  

Intanto, si continua a combattere ad Aleppo e in altre zone del paese. Nella “capitale del nord”, i cannoneggiamenti delle truppe governative hanno continuato a bersagliare il quartiere di Salaheddine, ma si sono estesi anche ad altre zone della città, come Marjeh, Shaar e Bab al-Nayrab. A Damasco, invece, oltre all’ordigno che ha colpito il palazzo della tv di stato, ci sarebbero stati arresti sommari nella zona di al-Maza, secondo quanto riferito da Sham Media Network, vicino all’opposizione. Dopo il braccio di ferro all’Assemblea generale dell’Onu, l’iniziativa diplomatica sembra essere stata assunta da due dei più importanti paesi della regione, l’Arabia saudita e l’Iran. Alla Mecca, dal 13 al 15 agosto, infatti, ci sarà il vertice dell’Organizzazione della Cooperazione islamica (Oic), che riunisce i paesi a maggioranza musulmana. L’invito è stato esteso anche al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e la situazione in Siria è uno dei punti principali in agenda. L’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna ha confermato che Ahmadinejad sarà presente al vertice.  

L’Iran, intanto, ha convocato un incontro degli ambasciatori dei paesi della regione, a Teheran, per discutere della situazione a Damasco. Secondo l’Irna, l’incontro è stato annunciato per giovedì nella capitale iraniana da Amir Abdollahian, ministro degli esteri per gli affari africani ed arabi. Teheran peraltro sta cercando di ottenere, con la mediazione della Turchia e del Qatar, la liberazione dei suoi 48 cittadini, sequestrati dai ribelli siriani e accusati dai miliziani che li hanno rapiti di essere pasdaran, un’accusa che il governo della Repubblica islamica considera infondata, perché si tratterebbe di pellegrini sciiti in visita a Damasco alla tomba di Hazrat Zeinab, sorella dell’imam Hussein, nipote di Maometto e una delle figure principali della devozione sciita.  

di Joseph Zarlingo