L’ultima vera novità sta nella concessione del premier finlandese Jyrki Katainen. I tassi di interesse pagati dall’Italia sulle sue emissioni di debito, ha spiegato in occasione dell’incontro con Mario Monti, sono eccessivamente alti. Come a dire che l’Italia sta facendo i suoi compiti anche se i mercati ancora non lo capiscono, il che costituisce un motivo in più per rafforzare il ruolo del fondo Esm, lo strumento finanziario europeo chiamato a dare ossigeno per lo meno a chi se lo merita. Praticamente un appoggio pieno alla linea del capo del governo italiano che questa tesi, probabilmente a ragion veduta, la ribadisce ormai da mesi. Nessun dubbio, insomma, sul buon risultato del vertice. Ma parlare di luce in fondo al tunnel, forse, è prematuro. Perché in realtà a creare tensioni è proprio questa continua coda di incontri bilaterali, questo scambio di dichiarazioni volte a ribadire quello che in teoria dovrebbe essere già stato deciso.

Monti e Draghi, l’Olanda e la Finlandia, la Germania e la Bce. Dalla notte tra il 28 e il 29 giugno è stato tutto un susseguirsi di dichiarazioni e smentite, i sì che diventano no, i no che si trasformano in “sì ma a condizione che”. Partiamo dal vertice: dopo una riunione interminabile l’Europa decide per la nascita del fondo anti spread. Tutti soddisfatti, tutti d’accordo, soprattutto. Ma basta qualche giorno a Olanda e Finlandia per iniziare a sollevare i propri dubbi. Un ripensamento? Forse sì, tanto che la tensione torna ad accendersi sui mercati. Il 6 luglio, la ministra delle finanze finlandese Jutta Urpilainen dichiara che il suo Paese non si farà mai carico dei debiti di altre nazioni, anche a costo, lascia intendere, di abbandonare la moneta unica. L’intesa, è ormai chiaro, non esiste. A riportare un po’ di calma ci pensa però la stessa Urpilainen che, appena tre giorni dopo, fa improvvisamente marcia indietro: “La Finlandia è profondamente impegnata per l’euro e per salvare l’euro” dichiara senza esitazioni. Ma ormai la credibilità è andata.

La vicenda finnica non rappresenta però un episodio isolato. Il balletto di conferme e smentite è divenuto ormai una costante. Alle volte l’impressione è che si giochi sui termini, il non detto e le precisazioni successive. Quasi ci fosse un’intesa di massima e tanti aspetti di principio da ribadire ogni volta anche a forza di provocazioni. Il Bundestag vota a favore dell’Esm e del fiscal compact, il suo deputato Joerg-Uwe Hahn propone invece di fare causa alla Bce al primo acquisto di bonos o Btp. Mario Draghi promette di fare tutto quanto è necessario (“e credetemi sarà abbastanza”) e il portavoce di Angela Merkel, Georg Streiter assicura che “il governo tedesco ha piena fiducia nell’indipendenza della Bce che sta adempiendo ai propri doveri”. Il giorno seguente, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ricorda all’Europa che “la Banca centrale non deve oltrepassare il proprio mandato”.

Per carità, c’è sempre l’altra faccia della medaglia. La Grecia si accorda con la Troika, poi riassume 70mila statali alla faccia del taglio alla spesa. Papandreou raggiunge l’intesa con l’Europa e in seguito lancia l’idea di un referendum sul piano di ristrutturazione (una mossa che gli sarebbe costata il posto). Portogallo, Irlanda e Spagna spergiurano di non aver bisogno d’aiuto salvo poi arrendersi al salvataggio esterno (perché di questo si tratta anche nel caso delle banche di Madrid). Lo schema, insomma, è sempre lo stesso da un paio d’anni a questa parte. La costante ulteriore è la reazione negativa dei mercati. In definitiva è sempre e comunque una questione di credibilità. Delle istituzioni soprattutto.

Negli Usa, ha ricordato la scorsa settimana il direttore del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, il problema deficit-debito continua a rappresentare un fattore di rischio. Ma lì, almeno, “non ci sono 17 governi e 17 corti supreme e quindi dovrebbe essere più facile gestire il problema”. In Europa, verrebbe da aggiungere, le istituzioni comunitarie devono costantemente confrontarsi con le omologhe nazionali. E quando lo scontro non si materializza all’esterno, la frattura può aprirsi nelle stesse stanze dell’Unione. All’inizio di febbraio il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso sostenne che “i costi di un’uscita dall’euro da parte della Grecia sarebbero comunque superiori a quelli del suo continuo sostegno”. Nelle stesse ore, parlando al quotidiano olandese Volkskrant, il commissario europeo all’Agenda Digitale Neelie Kroes sostenne l’esatto contrario. Non stupisce, in fondo, che di dracma si discuta ancora oggi.