L’ordine è arrivato dal segretario alla Difesa, Leon Panetta. Il Pentagono dovrà monitorare i maggiori organi di stampa nazionali per scovare la pubblicazione non autorizzata di segreti e informazioni riservate che possono mettere a rischio la sicurezza degli Stati Uniti. Poche ore prima dell’annuncio Panetta, il capo di stato maggiore congiunto, generale Martin Dempsey, e il numero uno dell’ufficio legale del Pentagono, Jeh Johnson, avevano avuto un udienza a porte chiuse con l’House Armed Service Committee, la commissione Difesa del Congresso. L’argomento erano proprio le fughe di notizie trapelate fuori dai corridoi del Pentagono e finite sulle pagine dei principali quotidiani Usa.

A maggio uscì il caso della sventata bomba su un aereo statunitense in cui il presunto attentatore si rivelò essere un agente saudita che, in collaborazione con la Cia, si era infiltrato tra le cellule di al Qaida in Yemen. Notizia che tuttavia svelò le operazioni di intelligence nella penisola arabica. O ancora gli articoli sulle operazioni con i droni per uccidere militanti e affiliati alla rete terroristica sempre in Yemen. Il mese dopo fu il turno delle rivelazioni,  anticipate dal New York Times, sugli attacchi informatici ordinati dal presidente Barack Obama contro i sistemi di controllo delle centrali nucleari iraniane. C’è infine l’ormai nota “kill list”, la lista dei  jihaidisti da eliminare sottoposta al presidente che autorizza le operazioni in Pakistan, Afghanistan, Somalia.

Fughe di notizie sulle quali il dipartimento alla Giustizia ha avviato due inchieste, usate poi da alcuni repubblicani per attaccare Obama, accusato di aver facilitato la diffusione di documenti riservati per rinvigorire la sua immagine di comandante in capo e presentarsi così davanti agli elettori alle presidenziali di novembre. “Il segretario e il generale Dempsey ritengono che nessuno tra i milioni di dipendenti della Difesa possa aver fatto uscire materiale riservato”, ha spiegato il portavoce del Pentagono, George Little, con una nota. Dello stesso avviso è anche il repubblicano Buck McKeon, presidente del comitato parlamentare,  sicuro che le informazioni non vengano dal ministero. Il danno tuttavia è stato fatto. Tanto più che il vertice del dipartimento alla Difesa ha sottolineato i rischi alla sicurezza nazionale posti dalla diffusione di informazioni riservate e da violazioni ai regolamenti che in alcuni casi possono sfociare in reato.

Da mesi è in corso una nuova strategia per evitare che le fughe si ripetano. Al personale sono impartite lezioni su come gestire i documenti classificati e sono state stilate linee guida su cosa comporti la diffusione di segreti. Un sistema d’allarme  impedisce inoltre di poter scaricare  file riservati su supporti mobili come pennette Usb o Dvd.“Sarebbe illusorio pensare di riuscire a fermare completamente il fenomeno – ha detto Adam Smith,  capogruppo democratico nella commissione, in conferenza stampa – Tuttavia dobbiamo fare ogni sforzo per porvi fine ed essere sicuri che il dipartimento stia prendendo la vicenda seriamente”.

Per quanto riguarda il controllo dei media, Little ha parlato di un approccio “a cascata”. I funzionari del Pentagono terranno d’occhio la stampa e riferiranno all’intelligence le notizie considerate sospette. Una sorta di rassegna stampa, ironizza Uri Friedman su Foreign Policy, che ha ricordato altri più sofisticati progetti come il programma da 42 milioni di dollari per monitorare la diffusione di idee politiche sui social network portato avanti dal Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency).

Intanto il segretario alla Giustizia, Eric Holder ha spiegato che le inchieste sulle fughe vanno avanti velocemente e che lui stesso, assieme al direttore dell’Fbi, Robert Mueller, sono già stati sentiti. I repubblicani tuttavia non sembrano essere soddisfatti e contestano l’indipendenza di un’inchiesta condotta dal governo. Portavoce del malcontento è l’ex candidato alla presidenza, John McCain: assieme ad altri colleghi, il senatore che nel 2008 sfidò Obama, ha chiesto l’apertura di un’indagine parlamentare.

di Andrea Pira