La differenza la fanno i figli: aumentano quelli che nascono fuori dal matrimonio (oggi uno su quattro mentre un secolo fa erano uno su 20) e crescono anche gli affezionati al Lat, acronimo italiano di Living apart together (vivere insieme a parte o vivere non insieme). Ovvero: figli ormai adulti che pur avendo un legame rimangono a vivere in famiglia. Secondo Chiara Saraceno, sociologa della famiglia – lei stessa per anni “nonna di fatto” – sono dunque i figli l’autentica spia delle trasformazioni sociali e familiari. Secondo l’Istat, la famiglia italiana dura in media 15 anni. Nel 2010 su mille matrimoni 307 sono finiti con una separazione di cui 182 con un divorzio, nello stesso anno le separazioni sono state 88.191 e i divorzi 54.160. Rispetto all’anno precedente le separazioni hanno registrato un incremento del 2,6% mentre i divorzi un decremento pari allo 0,5%. “La famiglia non è un fatto naturale e dunque non è strano che cambi”, commenta la docente per la quale sono le persone a subire mutamenti, tanto che, il matrimonio “da rito di iniziazione e di passaggio è diventato un rito di conferma”.

COSÌ, entrano in scena i Lat, quelli che rimangono nella famiglia d’origine il più a lungo possibile. Spesso per impossibilità economica ad iniziare una vita di coppia, ma anche per un’abitudine culturale tutta italiana. L’esempio della Saraceno è calzante: nel resto d’Europa, se un figlio ha superato i 25 anni e vive con i genitori ci si chiede cosa non vada nel ragazzo. In Italia, al contrario, se uno di 30 decide di andare a vivere da solo, la domanda è quali possano essere i problemi di quella famiglia. Tra i Lat ci sono anche coloro che, separati e divorziati con figli, preferiscono mantenere un rapporto a distanza con il nuovo partner. Ci si separa intorno ai 45 anni per gli uomini e 42 per le donne.

A parte la specificità dei Lat “tardivi”, secondo l’esperta, sovente la famiglia si “impara a farla” proprio dopo avere avuto il primo figlio nato durante una convivenza. “L’aumento dell’instabilità coniugale non è una novità; in Italia è in crescita semplicemente perché siamo in ritardo rispetto ad alcuni fenomeni. In altri paesi i dati si sono assestati”.

È VENUTO MENO il termine “capo famiglia” e non viene più considerato “irresponsabile e senza un progetto di vita” chi sceglie di convivere. Chi, insomma, vuole che la coppia sopravviva pone avanti a tutto principi come identità, valore dell’unione (il pieno convincimento), solidarietà e anche il sesso.

“Quando si è sposata mia madre i valori erano prima il rispetto e poi l’affetto – confida la docente –. Quando mi sono sposata erano il rispetto, l’affetto e se il sesso andava bene era anche meglio. Alle mie figlie quando si sono sposate non ho detto niente”. Ciò che ci si aspetta oggi dal matrimonio è reciprocità , parità e benessere nel senso pieno del termine. “Non più come un tempo per acquisire uno status bensì per sedimentare il rapporto di coppia”. L’occupazione lavorativa femminile ha grande rilievo. “Un tempo le donne si rassegnavano alle situazioni ora non più e decidono per la separazione”. Nell’epoca “post-matrimoniale” si ritiene sempre di più che se un matrimonio si trasforma in separazione non sia tanto perché uno dei due “ha sbagliato” quanto piuttosto che le persone sono cambiate in modo disuguale. Se le coppie “scoppiano” è sempre più una scelta consensuale: nel 2010 le separazioni di questo genere sono state l’85,5% e il 72,4% dei divorzi. Secondo l’Istat la quota di separazioni giudiziali (14,5%) è più alta nel Mezzogiorno (21,5%) e nel caso in cui entrambi i coniugi abbiano un basso livello di istruzione (20,7%). Il 68,7% delle separazioni e il 58,5% dei divorzi hanno riguardato invece coppie con figli avuti durante il matrimonio. L’89,8% delle separazioni di coppie con figli ha previsto l’affido condiviso, modalità ampiamente prevalente dopo l’introduzione della Legge 54/2006.

da Il Fatto Quotidiano del 17 luglio 2012