Oltre al danno la beffa. Sì, perché nel 2009 Viale Mazzini fece due errori: non solo rifiutò la ricca offerta di Sky per continuare a trasmettere sulla sua piattaforma i canali di Rai Sat, ma iniziò anche a criptare parte della programmazione delle tre reti generaliste (Rai Uno, Due e Tre) obbligando gli abbonati al network di Rupert Murdoch ad acquistare un nuovo decoder per poter continuare a seguire tutti i programmi della televisione di Stato.

Se la prima decisione era commercialmente incomprensibile, la seconda (che deriva direttamente dalla prima) è stata dichiarata illegittima dal Tar del Lazio. Con una sentenza depositata ieri, il tribunale amministrativo ha infatti accolto il ricorso di Sky dichiarando illegittima la delibera dell’Agcom, che dava il via libera all’oscuramento di parti di palinsesto, “in quanto non aveva accertato le gravi violazioni degli obblighi di servizio pubblico”. Quali? “L’attuazione del principio di effettiva universalità della diffusione della programmazione” della televisione di Stato. In altre parole la scelta della Rai di rendere non più disponibile parte della propria programmazione sulla piattaforma satellitare di Murdoch ha costretto i suoi abbonati all’acquisto di un nuovo (e diverso) decoder, come Tivusat o quello per decriptare in segnali del digitale terrestre. Una decisione contro la legge dato che il contratto di servizio pubblico 2007/2009 (in vigore fino al 28 giugno 2011) prevede l’obbligo di fornire gratuitamente i programmi Rai a qualsiasi piattaforma distributiva, a patto che questa garantisca l’accesso gratuito ai telespettatori ai canali in questione.

“Una buona notizia per i telespettatori – commenta Paolo Gentiloni, responsabile Comunicazione del Pd – perché quella decisione privava di molti format Rai un quarto delle famiglie italiane che oltre all’abbonamento a Sky pagavano anche il canone”. Secondo l’amministratore delegato di Sky Italia Andrea Zappia, la sentenza che sana un’ingiustizia nei riguardi dei loro abbonati e “rappresenta un richiamo importante al rispetto degli obblighi di servizio pubblico che la Rai ha nei confronti di tutti i cittadini italiani”.

I fatti contestati risalgono al luglio 2009, al settimo piano siede l’ex direttore generale Mauro Masi e tutto il bouquet Rai è ancora visibile in chiaro su Sky. Ai tempi Murdoch e soci offrono la bellezza di 350 milioni di euro per sette anni per il rinnovo del pacchetto Rai Sat (Extra, Premium, Cinema, Smash Girls e Yo Yo) in scadenza quel 31 luglio. Sul piatto però l’ex Ad di Sky Tom Mockridge vuole la certezza che la Rai continui a fornire anche la programmazione dei canali free (Rai Uno, Due e Tre più Rai 4, Rai News 24, Rai Gulp, Rai Sport Più, Rai Storia). Dalla sua parte ha il contratto di servizio che obbliga Viale Mazzini a trasmettere i suoi programmi free su tutte le piattaforme, però Masi non ci sente e, almeno a parole, vuole fare cassa anche grazie ai canali gratuiti. Forte dell’assist dell’ex ministro delle Comunicazioni Paolo Romani, l’allora Dg sostiene che la norma sollevata da Sky rappresenti solo l’obbligo di essere sul satellite, cosa che la tv di Stato garantisce con la nuova offerta Tivusat realizzata assieme a Mediaset e Telecom Italia Media (La 7).

Passano le settimane, la trattativa si inabissa e alla fine la fumata nera: Masi e soci rifiutano l’offerta di Sky per Rai Sat e, come conseguenza diretta, si inizia a procedere con il progressivo criptaggio di sempre più programmi di Rai Uno, Due e Tre. Il risultato? Un danno economico a dir poco rilevante e una politica giudicata illegittima dalla giustizia amministrativa.

Ma c’è di più: l’operazione Tivusat, la piattaforma satellitare che secondo Romani e Masi consentiva di poter dare il benservito a Sky nel rispetto delle leggi, secondo il Tar si configura come un “aiuto di Stato illegittimo”. Il progetto originariamente fu messo a punto assieme a Mediaset e Telecom per andare a coprire le zone del Paese non coperte dal digitale terrestre, ma, secondo le toghe romane, ha anche prodotto “un vantaggio” economico “nei confronti di soggetti terzi rispetto al concessionario pubblico e, in particolare, anche indirettamente, a favore di alcuni operatori del mercato televisivo, presenti sulla piattaforma”.

Insomma la Rai ha rinunciato a 350 milioni di euro per poi andare a favorire attività commerciali private (ad esempio le televisioni di Silvio Berlusconi) “che nulla hanno a che fare con il servizio pubblico”.  

“Questa sentenza è una buona notizia – commenta il senatore Pd Vincenzo Vita – e ancora una volta sottolinea che il duo Masi-Romani, più che al servizio degli italiani, ha sempre lavorato per gli interessi di Berlusconi”. Non la pensa così la Rai. In una nota conferma che “sta applicando correttamente il vigente contratto di servizio” e pertanto “non ha nessun obbligo di cessione gratuita dei propri canali”.