“L’Alleanza atlantica condanna l’abbattimento del caccia turco da parte delle forze siriane nei termini più forti possibili”. Così il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen al termine del vertice chiesto dalla Turchia per esaminare “l’incidente” avvenuto pochi giorni fa al limite delle acque territoriali siriane.

Rasmussen ha espresso la solidarietà della Nato alla Turchia ma non ha fatto alcun cenno a possibili misure di reazione dell’Alleanza che continua quindi a muoversi con estrema cautela rispetto a Damasco. Ad alzare il livello della crisi, però, ci pensa Ankara. Intervenuto in parlamento per riferire sull’abbattimento dell’F4, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha detto che le forze armate turche risponderanno con le armi a qualsiasi ulteriore azione siriana: “Le regole d’ingaggio delle forze armate sono cambiate – ha detto Erdogan – Ogni elemento militare che si avvicinerà ai confini turchi proveniente dalla Siria, costituendo un rischio per la sicurezza e un pericolo, sarà considerato una minaccia e trattato come un bersaglio”.

Erdogan ha ribadito che l’F4, in missione di ricognizione e non armato, è stato abbattuto nello spazio aereo internazionale e ha anche detto che la Turchia finora non ha replicato ad altre violazioni del suo spazio aereo da parte di elicotteri siriani che avrebbero sconfinato ben cinque volte. L’attacco più duro, però, è stato quello politico: “E’ chiaro che il regime siriano non ha più legittimità – ha detto Erdogan – Donne, bambini, anziani vengono uccisi di continuo da questa tirannia”. E infine, un minaccioso avviso: “Nessuno deve ingannarsi circa la nostra risposta ponderata – ha concluso il primo ministro turco – La nostra reazione ragionevole non deve essere scambiata per debolezza”.

La stessa linea è stata ribadita in una lettera ufficiale che il governo turco ha inviato al Consiglio di sicurezza dell’Onu, nella quale si descrive l’abbattimento del caccia come un atto “ostile e deliberato da parte delle autorità siriane contro la sicurezza nazionale turca, nonché una minaccia per la pace e la stabilità nella regione”. Il livello di allarme delle forze armate turche, intanto, è stato aumentato, specialmente per le unità schierate a ridosso del confine siriano, dove già nei mesi passati si sono verificate sporadiche scaramucce che la Turchia ha scelto di trattare con un profilo molto basso.

Damasco, da parte sua, ha accusato Ankara di ospitare sul suolo turco gruppi di guerriglieri del Free Syria Army e di consentire che attraverso la frontiera passino carichi di armi destinati alla resistenza armata contro il regime. Il vice di Erdogan, Bulent Arinc, ha comunque assicurato che la Turchia non ha intenzione di usare una risposta militare e che intende muoversi “nell’ambito della legalità internazionale”, perché “non crediamo che minacciare la guerra sia la cosa giusta da fare in questo momento”. Quello che è certo, però, è che per Ankara “l’incidente” “non rimarrà senza conseguenze”.

E mentre l’attenzione internazionale è concentrata sugli sviluppi della crisi tra Turchia e Siria, paesi che un tempo avevano ottime relazioni, sul campo la situazione continua a peggiorare. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, i combattimenti più duri sono in corso alla periferia di Damasco, nella zona di Qadsaya e al-Hama, a meno di dieci chilometri dal centro della capitale siriana. Gli scontri, dice l’Agence France Press, sono concentrati attorno alle caserme della Guardia Repubblicana, l’élite delle forze armate siriane, ancora fedele al governo di Assad.

Sul piano diplomatico, intanto, Kofi Annan, inviato speciale di Onu e Lega Araba, lavora per cercare di sbloccare lo stallo. Il cessate il fuoco mediato quasi tre mesi fa è fallito e le speranze si appuntano ora sull’incontro previsto a Ginevra alla fine di questa settimana. Annan sta cercando di ottenere l’assenso russo e statunitense sulla partecipazione iraniana a questo summit ma finora con scarso successo, soprattutto per l’opposizione di Washington che considera l’Iran un interlocutore poco affidabile visto il sospetto che il regime di Damasco abbia ricevuto appoggio (armi, munizioni e forse anche combattenti) da alcuni settori delle forze armate della Repubblica islamica, in particolare dai pasdaran. Quello che non cambia, inoltre, è il sostegno russo. Nella sua prima visita in Medio Oriente in sette anni, iniziata da Israele, il presidente russo Vladimir Putin ha ripetuto che “fin dall’inizio delle cosiddette Primavere arabe, la Russia ha cercato di convincere i suoi partner internazionali che i cambiamenti di governo devono avvenire in modo pacifico e senza interventi esterni”. L’ennesima doccia fredda per chi spera ancora nella possibilità di spingere Assad a mollare la presa sulla Siria prima di una nuova serie di massacri.

di Joseph Zarlingo

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