Dopo il terremoto, il caldo. È questa la nuova emergenza che gli sfollati dell’Emilia si trovano a dover fronteggiare. Le temperature, negli ultimi giorni, hanno superato i trenta gradi all’esterno e i quaranta all’interno delle tende, “un inferno” per le popolazioni terremotate ospitate nei campi di accoglienza di tutta la regione, soprattutto per i bambini. I più a rischio secondo la protezione civile. Da Bondeno a Carpi, le tensostrutture, piccole o grandi che siano, si sono trasformate in forni dove è impossibile trascorrere la giornata, nonostante le forze dell’ordine e i volontari siano impegnati a dare assistenza agli abitanti, sfiancati dal caldo. I circa 2.000 condizionatori messi a disposizione dalla protezione civile e installati uno in ogni tenda non sono sufficienti a refrigerare l’aria all’interno degli alloggi e la poca ombra offerta dai campi in cui sono montate le tendopoli peggiora la situazione. Tanto che in molti sono costretti a trascorrere la giornata nei parchi o nei giardini pubblici, all’aperto insomma, in cerca di qualche albero.

In alcuni comuni terremotati, poi, come a San Felice sul Panaro e a San Possidonio, nel modenese, l’unico sollievo dall’afa di fine giugno è l’acqua fresca perché l’installazione dei climatizzatori è stata rallentata dalla necessità di potenziare la rete elettrica e non c’è modo di trovare refrigerio dalle temperature impietose che si sono raggiunte nella bassa. Così per le popolazioni sfollate dalle proprie case, già logorate dall’onnipresente sciame sismico che rallenta ma non cede la presa, e dalla necessità di lavorare per poter ricominciare a costruire il post terremoto, trascorrere le giornate in tenda è diventato “insopportabile”.

“Si soffoca – racconta una signora che temporaneamente vive nella tendopoli di Carpi, situata nella zona piscine – ci hanno dato sì il climatizzatore, però io ad esempio mi sono sentita male, ho avuto la nausea ed è dura restare all’interno. Le abbiamo provate tutte ma è difficile resistere, anche montando un ventilatore che faccia circolare l’aria. Ieri faceva così caldo che siamo dovute scappare a casa, ci siamo sistemate in giardino perché dentro non si può entrare, l’edificio è inagibile e stiamo aspettando i sopralluoghi dei vigili del fuoco. Ma almeno eravamo all’ombra”.

Nei campi la protezione civile sta già lavorando per prepararsi alle prossime giornate, in cui, secondo i dati forniti dalla regione Emilia Romagna, l’allarme caldo sarà ancora più elevato. “Stiamo allestendo, in collaborazione con la protezione civile, delle tele verdi per creare più zone d’ombra, perché nei campi di accoglienza non ce n’è molta – spiega Andrea Giovannoni della Croce Rossa Emilia Romagna – in più abbiamo richiesto altri refrigeratori per poter distribuire alla popolazione  acqua che si trovi a una temperatura compresa tra i 10 e i 14 gradi, fresca insomma, capace di donare un po’ di sollievo. Consigliamo, inoltre, ad anziani e ai bambini di rimanere fuori e all’ombra nelle ore più calde della giornata, presto riceveremo condizionatori da installare anche nelle tensostrutture più grandi, quelle in cui abbiamo allestito la mensa ad esempio, così da poter creare spazi ampi dove la temperatura si aggiri intorno ai 25 gradi”.

Per il momento, in particolare per anziani e bambini, il rischio di malesseri determinati dal caldo è elevato. E in alcuni campi di accoglienza, come a Carpi, si stanno cercando soluzioni alternative per le famiglie. Che via via vengono invitate dagli operatori a fare domanda per trovare un posto nei numerosi alberghi che si sono resi disponibili a ospitare gli sfollati.

“Il bimbo piccolo che viveva in tenda con noi, di 7 mesi, ha avuto un malore – racconta Antonella Teocri, carpigiana, seduta su una panchina all’ingresso della tendopoli, all’ombra di un albero – e gli assistenti sociali e la guardia medica hanno trasferito lui e la sua famiglia a Rimini. Ma non è stato l’unico, un bimbo di tre mesi, sempre in questo campo, ha avuto difficoltà respiratorie a causa di un colpo di calore, pare sia svenuto, ed è subito stato trasferito in un’altra struttura”.

Per molte famiglie, però, spostarsi in riviera o lontano dalle città in cui vivono è un grosso problema, perché ricostruire impone alle fabbriche di riprendere la produzione e il lavoro impedisce agli sfollati di allontanarsi in cerca di una sistemazione più confortevole.

“Io sono un’operaia metalmeccanica, mia figlia ha dato l’esame di terza media oggi, qui a Carpi – racconta un’altra abitante della tendopoli – la mia fabbrica ha riaperto e tutti noi lavoratori ci siamo presentati subito quando ci hanno chiamati, perché ci rendiamo conto che rimanere fermi ora farebbe perdere all’azienda, da qui a tre mesi, tutti i suoi clienti. E allora i rischi sarebbero ben maggiori. Però è dura andare avanti così”.