Il motore di ricerca americano lancia l’allarme: le richieste di rimuovere collegamenti e contenuti con tema politico continuano ad aumentare. In questo modo si rischia che i governi finiscano per applicare una vera censura su Internet. La preoccupazione per il destino del Web è affidata a un post pubblicato dall’analista Dorothy Chou. In seguito al proliferare di leggi che limitano la libertà di espressione sul web, Google ha introdotto da qualche tempo il Transparency Report, un sito nel quale vengono pubblicate tutte le richieste di rimozione di contenuti dai siti gestiti da Google (YouTube in testa) e di collegamenti dai risultati del motore di ricerca. Da lì emerge che la maggior parte delle richieste riguardano pagine Web che violano il diritto d’autore.

Esiste però un’altra categoria di interventi che gli analisti di Google inseriscono nel loro rapporto e che riguarda le richieste provenienti da autorità governative. I dati relativi a questa categoria non sono aggiornati in tempo reale, ma elaborati manualmente e pubblicati con cadenza semestrale. Proprio l’ultimo aggiornamento ha convinto gli analisti Google ha lanciare l’allarme. Secondo Chou, gli interventi dei governi riguardano troppo spesso materiali politici e i tentativi di rimuovere da Internet contenuti che hanno la sola colpa di risultare “sgraditi” a chi è al potere non accennano a diminuire. A censurarli non sono solo i “soliti” regimi autoritari (che peraltro adottano spesso sistemi ben più drastici per tenere Internet sotto controllo) ma numerose democrazie occidentali da parte delle quali non ci si aspetterebbe un simile atteggiamento. Le richieste vengono catalogate dagli analisti in due categorie: le ordinanze dei tribunali e le “altre richieste”. Queste comprendono quelle provenienti da polizia e altre autorità. Insomma: si tratta di atti “d’imperio” che non sono passati al vaglio della magistratura.

Consultando gli ultimi dati pubblicati , che si riferiscono al semestre luglio-dicembre 2011, si scopre che il governo che ha inoltrato il maggior numero di richieste per la rimozione di contenuti online sono gli Stati Uniti (+103% rispetto ai sei mesi precedenti) seguiti da Regno Unito, Germania e Spagna. L’elemento preoccupante riguarda il tipo di materiale incriminato: secondo Chou, delle 283 richieste di rimozione provenienti dalla Spagna, ben 270 riguardavano collegamenti a blog e articoli di giornale che riguardavano personalità pubbliche come sindaci o magistrati. Non stupisce che dalle parti di Google abbiano soddisfatto solo l’8% delle richieste. Il motore di ricerca, infatti, si riserva un margine di autonomia nel rispondere alle richieste. Stesso destino per le richieste provenienti dalla Polonia: il materiale in questione era una pagina Web che criticava l’operato di un ufficio governativo. Google si è rifiutata di rimuoverlo. Le richieste respinte riguardano anche casi piuttosto pittoreschi: l’ufficio canadese per i passaporti si è visto bocciare la richiesta di censurare un video su YouTube in cui un cittadino urinava sul suo passaporto prima di scaricarlo nel water. Delusa anche la polizia italiana, che nella prima parte del 2011 aveva chiesto la rimozione di un video satirico su Silvio Berlusconi. Anche in questo caso Google ha risposto picche e il video è rimasto disponibile sui server del gigante americano.