Mappare sassi, rocce e terreni non è un semplice esercizio da scienziati, ma è fondamentale per la sicurezza dei cittadini di fronte a calamità, a maggior ragione in tempi di terremoti. Per dirla con Gian Vito Graziano, presidente del consiglio nazionale dei geologi, avere una cartografia geologica che funziona equivale ad un buon servizio sanitario. Con queste premesse, se da un lato con soddisfazione a Bologna viene presentata la nuova Carta Geologica d’Italia, un lavoro avviato nel 1988 e realizzato dall’Ispra con le Regioni e vari dipartimenti di scienze della Terra, dall’altro si prende atto che i 277 fogli in scala uno a 50 mila appena inaugurati coprono appena il 40% della penisola.

Più della metà del territorio, insomma, non è mappato. Con l’eccezione della Campania, con il Vesuvio, e guarda caso dell’Emilia-Romagna terremotata, tanti sono i buchi nello studio. Per Bernardo De Bernardinis, presidente dell’Ispra, che definisce la carta “cruciale per un paese civile” c’è poca consapevolezza dell’importanza di uno strumento del genere. Il presidente non esita a parlare di “una colposa disattenzione delle istituzioni su infrastrutture conoscitive fondamentali”. La carta infatti aiuta a capire come sfruttare le risorse naturali, ma dà anche le informazioni di base per prevenire i rischi. Per i sismi che, viene ribadito, non si prevedono, mappare è utile agli studi di microzonazione: orientare le scelte di aree per insediamenti, definire le priorità di intervento, le azioni ammissibili. Ma riguarda anche effetti di sito, come le liquefazioni, o gli smottamenti indotti dalle scosse. Ancora di più, avere dati geologici serve in caso di frane o alluvioni che interessano – come rischio – un milione e 260 mila edifici in Italia. Solo le frane, ricorda Silvio Seno della Federazione italiana di scienze della terra, preoccupano il 70% dei comuni.

Completare i 652 fogli della carta, insomma, sarebbe certo una spesa, visto che il 40% è costato 80 milioni, ma vorrebbe dire investire su una medicina che riduce i pericoli, pagati spesso in vite umane. Purtroppo, però, rilevano gli studiosi, la politica sembra sottovalutare la questione. Se nel Regno Unito, sottolinea Seno, si investono per le geoscienze 65 milioni all’anno, in Italia se ne stanziano solo tre, un sesto, in proporzione rispetto agli anni Ottanta.