“Non possiamo aspettare che la terra smetta di tremare, la città ha bisogno di ripartire subito”. La formula adottata da Concordia sulla Secchia per fare fronte ai danni provocati dal terremoto, che ha causato la chiusura dell’intero centro storico, transennato come zona rossa, e lo sfollamento di 450 famiglie, circa 1300 persone, è costruire una città commerciale provvisoria. “Una specie di outlet terremotato – spiega l’assessore all’Urbanistica Sauro Secchi – allestiremo 60 o 70 container e li affideremo ai negozianti e agli artigiani che hanno i siti commerciali resi inagibili dal sisma, così che possano riaprire subito le loro attività e ridare impulso al tessuto economico cittadino. Chiunque lo necessiti avrà uno spazio dove esporre la propria merce e come giunta cercheremo di favorire l’arrivo dei rifornimenti, dando sostegno, passo dopo passo, alle attività, che al momento altrimenti sarebbero costrette alla chiusura”.

Il cuore commerciale di Concordia, infatti, è tutto concentrato nelle strade storiche al momento invase dai detriti, inagibili a causa degli edifici pericolanti che costellano il centro. Ora completamente deserto. Come la caserma dei carabinieri, la cui torre è attraversata da un buco ampio quanto pericoloso, a rischio crollo, il cimitero devastato, le 5 chiese totalmente distrutte, il municipio in condizioni precarie, tutti gli edifici pubblici e 5 palazzi colpiti da parziali o totali crolli.

“Se dovessimo attendere di effettuare i sopralluoghi potrebbero volerci settimane, mesi anche – spiega l’assessore – perché non c’è alcuna rassicurazione circa i tempi in cui questo fenomeno finirà. Potrebbe andare avanti un anno, come a L’Aquila, o esaurirsi in sei mesi, i sismologi non hanno sufficienti elementi per delineare il quadro di un evento naturale che, comunque, è imprevedibile. Quindi, dobbiamo agire affinché i disagi vengano progressivamente ridotti al minimo”.

E dopo aver riaperto i negozi in una nuova area, prossima al centro e alle abitazioni, la seconda priorità saranno le aziende. “Qui abbiamo tantissime imprese che rischiano di fallire a causa del terremoto o che sono gravemente danneggiate, come la Cpl, da 1400 dipendenti, o la Baroni. Perché come in tutte le città colpite dal sisma o epicentriche come la nostra, la chiusura determinata dall’inagibilità potrebbe comportare la perdita dei clienti – ha aggiunto Secchi – quindi, scosse permettendo, divideremo le squadre dei vigili del fuoco tra case e imprese, così da poter permettere a chi ha subito meno danni di ripartire il prima possibile”.

Un progetto che, si è visto in questi giorni di sussulti continui, più di settanta solo lunedì, non è facile da realizzare poiché ad ogni scossa superiore ai 3.5 gradi di magnitudo i controlli sono da rifare, come prevede la legge. “Il dramma che stiamo vivendo è legato soprattutto ai terremoti del 29 maggio, iniziati con un episodio sismico alle 9 di mattina, di 5.8 gradi della scala Richter, e proseguiti nell’arco di tutta la giornata, alle 12.55 di magnitudo 5.3, alle 13.00 di 4.9 e subito dopo di 5.2. – spiega l’assessore di Concordia – Noi il 20 maggio avevamo subito danni più lievi rispetto a Finale e a San Felice, avevamo persino tutte le scuole funzionanti e dovevamo soprattutto gestire la paura, che aveva indotto una buona parte della popolazione a dormire in auto. Ma poi, la settimana dopo, siamo stati letteralmente buttati a terra”.

E oggi Concordia, come San Rocco, Novi di Modena, Mirandola, Medolla, Cavezzo, San Felice sul Panaro, Finale Emilia, Poggio Rusco e tutti i comuni tra Modena, Ferrara, Bologna e il mantovano, è una città fantasma. Le strade che conducono al cuore dell’agglomerato urbano sono sbarrate, le case hanno le imposte chiuse e i cortili si sono riempiti di tende. Installate a tempo indeterminato perché la paura, là nella bassa emiliana, è sempre più difficile da esorcizzare. “A ogni tremito ci riversiamo tutti in strada e ci guardiamo negli occhi, chiedendoci tra noi quando finirà – racconta zia Paola, come la chiamano affettuosamente nell’albergo nei pressi di Novi in cui è ospitata, dopo essere stata sfollata da una Moglia gravemente devastata – ho perso tutto, non mi rimane più niente e non so cosa succederà da qui a un mese. Ma vedere questo deserto che ci circonda non ci aiuta a superare il terrore di avvertire la casa attorno a noi stringersi e piegarsi”.

“La gente ha bisogno di fiducia, e la fiducia si riacquista solo ritrovando una quotidianità – spiega Secchi – che ovviamente, almeno per un po’ di tempo, non potrà essere quella di prima. Ma riprendere a lavorare invece che attendere che la terra tremi ancora ci permetterà di recuperare la nostra identità, perché è così che siamo fatti noi emiliano romagnoli”.

A Concordia gli sfollati si danno da fare e cercano di progettare la complessa macchina organizzativa necessaria a supervisionare, ripulire e ricominciare. Spesso inceppata da una nuova scossa, che costringe tutti a ripartire da capo. La maggior parte dei giovani, ora che le scuole sono chiuse, si è iscritta alle liste dei volontari e le famiglie si recano alla tendopoli solo per prendere qualcosa da mangiare, ma restano in città per controllare la situazione.

“Ci riproviamo a ogni scossa a riprendere i sopralluoghi e prima o poi, sisma permettendo, Concordia tornerà a essere la bella città che era – conclude l’assessore Secchi – intanto partiremo dalla città commerciale, chissà che non possa essere un suggerimento anche per gli altri comuni, che oggi vivono il nostro stesso dramma”. 

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