Pagamenti in nero ed evasione fiscale, licenziamenti arbitrari, fondi ricevuti dalla Regione per agevolare gli immigrati usati per pagare straordinari fuori busta. Tutto questo si agita davanti ai cancelli della Ceva Logistic di Somaglia, polo industriale del Lodigiano, dove ieri una quarantina di lavoratori si sono dati appuntamento per un nuovo blocco contro l’azienda e la cooperativa che all’interno svolge mansioni di movimentazione merci. Nel mirino delle proteste la coop Cimabue che, a detta dei lavoratori, avrebbe messo in campo una serie di azioni discriminatorie verso i soci e irregolarità contrattuali, retributive e fiscali. Tanto da indurre la Cgil a fare un esposto alla Procura della Repubblica di Lodi e all’Ispettorato del lavoro che dovrebbe inviare sul posto i suoi funzionari.

Tra le pieghe di una vicenda complessa, fatta di passaggi di mano tra imprese cooperative, spunta anche un finanziamento da 200mila euro erogato da Regione Lombardia per progetti di integrazione dei lavoratori immigrati che sarebbe rimasto sulla carta, mentre fuori dai cancelli i lavoratori in protesta esibiscono assegni fuori busta paga e non dichiarati a copertura degli straordinari. “In pratica la cooperativa dirotta i soldi che dovevano servire a finanziare percorsi di integrazione e li usa come provvista per pagamenti in nero”, denuncia a muso duro Guido Scarpino, segretario della Filt Cgil di Lodi. Sul punto gli stessi lavoratori immigrati impegnati a fermare l’ingresso e l’uscita dei camion dallo stabilimento giurano di non aver mai ricevuto alcun contributo per attività volte al loro inserimento. 

Il progetto si chiama “Tempo al tempo” ed è partito a marzo. Coinvolge la Cisl di Lodi, l’Ufficio scolastico provinciale e la consigliera di Pari Opportunità. Da quest’ultimo, Vanna Cavalieri, arriva qualche ragguaglio in più: “E’ stato realizzato dalla Cooperativa Cimabue con un primo contributo regionale di 200mila euro arrivato alla fine del 2011. Siamo ancora nella prima fase in cui vengono analizzati i bisogni dei lavoratori”. La seconda fase prevede “weekend residenziali di benessere, in cui i lavoratori, assistiti da psicologi, verranno ospitati con le famiglie in un agriturismo in gruppi da 20 persone e campus per i figli minori assistiti e attività di recupero scolastico e svago”. Chiaro dunque che di tutto questo i lavoratori non abbiano ancora visto molto. “Va sottolineato il valore del progetto, soprattutto in un settore ‘selvaggio’ in cui il livello di sfruttamento e di attenzione ai costi è elevato”, dice la consigliera. Ma quella – a detta dei lavoratori della Cimabue in presidio – sarebbe proprio la loro condizione, aggravata dal fatto che chi ha perso il posto non è stato ancora pagato e aspetta le compentenze dell’ultimo mese di lavoro. 

Queste ombre stanno emergendo ora perché da alcuni mesi la situazione a Somaglia è deteriorata uscendo dal perimetro del capannone. Nello stabilimento Ceva lavorano circa 300 persone divise in tre cantieri (Continental, Hankook, SSL) sulla base di appalti che si aprono e chiudono in un valzer di cooperative dai numeri elastici a seconda della portata delle commesse e dei carichi di lavoro. Un appalto, in particolare, riguarda 80 lavoratori della cooperativa Cimabue in orbita Cisl. Al principio erano sotto la “Punto Servizi” che a gennaio ha aperto la procedura di mobilità presso Regione Lombardia. A inizio febbraio, prima della scadenza, la Ceva ha rescisso il contratto e ha affidato l’appalto al consorzio Cal, del quale la Cimabue fa parte e che orbita nella Cisl. Nel passaggio vengono confermati in 50 mentre 30 restano fuori dai cancelli, per loro c’è solo la cassa integrazione a zero ore. “Li stanno facendo passare come esuberi ma non lo sono, e lo certifica il fatto che chi è rimasto dentro lavora 12 ore al giorno e sta facendo gli straordinari, per di più pagati in nero. Dalle nostre verifiche in magazzino si stanno facendo 200 ore e 120 sono date fuori busta e senza alcuna ricevuta di pagamento”, attacca Scarpino. 

Per la Cisl risponde il segretario generale Mario Uccellini: “Non sto seguendo direttamente la vicenda perché non mi occupo di trasporti ma so che il tema vero per quel polo di attività Ceva è la riduzione delle commesse che si è ripercosso anche sul personale che non era più assorbibile. Sul resto, in attesa di chiarimenti, mi sento di negare ci siano state azioni poco trasparenti, a partire dal sindacato”. 

Qualche camion entra, uno ogni mezz’ora circa, per non bloccare del tutto l’attività. Anche perché dentro ci sono i colleghi più fortunati che non hanno subito il taglio e ben si guardano dal raggiungere chi sta dall’altra parte. “Temono di subire ritorsioni. Del resto chi è rimasto fuori ha già subito un trattamento discrimatorio. La scelta tra chi lavora e chi no è stata fatta con totale arbitrarietà, violando le più elementari regole delle procedure di mobilità”, spiega Scarpino. In effetti ai cancelli si ritrova un padre con nove figli. “E’ paradossale ma in mobilità è finita perfino una ragazza in coma farmacologico”. Tra poche ore qui arriveranno gli ispettori e ad attenderli il presidio ai cancelli. Perché la protesta continuerà fino a quando i vertici della società accettareranno un incontro e un confronto.