Dopo aver diretto tra il 2007 e il 2008 Lo stato d’eccezione – Processo per Monte Sole 62 anni dopo, il documentario sul processo per la strage di Monte Sole, e dopo la regia nel 2009 di un altro documentario come My main man. Appunti per un film sul jazz a Bologna, Germano Maccioni, bolognese, classe ’78, torna dietro la macchina da presa per affrontare un tema di cogente attualità come la condizione dei detenuti nelle carceri italiane.

E lo fa partendo dall’istituto penitenziario di Lodi, sorta di carcere “modello”, la cui direttrice ha voluto fortemente la realizzazione del progetto per raccontare come un luogo di detenzione possa anche non essere quell’inferno quotidiano, spesso dimenticato, che si racconta ad ogni rapporto di sovraffollamento e di condizioni inumane, o da qualche lancio d’agenzia su un suicidio dietro le sbarre.

“Fui contattato direttamente dalla direttrice dell’istituto Stefania Mussio” racconta il regista bolognese che con il suo I giorni scontati avrà un’anteprima nazionale al festival Poiesis di Fabriano, sabato 25 maggio, “aveva visto il mio Lo stato di eccezione durante una lezione universitaria. Stavo per iniziare un progetto di finzione, Cose naturali, e di primo acchito ero perplesso. Poi sono andato a Lodi, sono entrato nel carcere e ne sono uscito con un senso enorme di oppressione e ho capito che c’era materia su cui lavorare”.

Una produzione ridotta all’osso,  soltanto Maccioni e il direttore della fotografia tra i corridoi e le celle, e l’idea che per l’ennesima volta lo sguardo documentaristico avrebbe potuto cogliere un particolare, un dettaglio che avrebbe potuto ribaltare i confini dell’etica e della morale dello spettatore: “Volevo stare dentro le celle, vivere quello spazio e quel tempo, scontare le ore e i giorni insieme, volevo creare qualcosa di “intimo” con i detenuti che vivono dentro. Allo stesso tempo ho cercato di fare emergere la condizioni degli agenti della polizia penitenziaria: a parte le mee marce, un esercito di persone che in fondo sono i veri punti di riferimento dei detenuti, tra loro ci sono alcuni che fanno questo mestiere da 30 anni e vivono dentro le carcere per intere giornate”.

Quale lo scopo di questo nuovo lavoro documentario?

“Volevo partire da una realtà piccola, che apparentemente funziona meglio, come quella di Lodi, per poi fare un discorso generale sulla realtà nazionale. Intanto emerge la realtà descritta a Lodi, diretta mirabilmente da Stefania Mussio, che funziona meglio ma che rimane un inferno. Ci sono celle di 4 metri per 3 con sei persone. La quotidianità è già un inferno: non hai più intimità, un momento per stare solo, i corpi si compenetrano, per andare al terzo piano del letto, bisogna mettere un piede sul corpo dell’altro. Sicuramente il sovraffollamento è il dato che ti colpisce di più”.

Tra gli intervistati nel film c’è anche Francesco Maisto, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna, che hai definito il tuo Virgilio…

“Volevo qualcuno che avesse cognizione di causa e Maisto fa questo lavoro in tutta Italia da 40 anni. Il film però si alterna tra dentro il carcere di Lodi e l’ufficio di Maisto: diciamo che è stato un Virgilio esterno che mi ha aiutato a porre l’attenzione su questioni che potrebbero cambiare e che cambiando attenuerebbero tantissimo il peso della situazione carceraria”.

Un esempio?

“La domanda da porsi non è “che fare”, ma “cosa siamo disposti a fare”. Diamo per scontata l’esistenza delle prigioni, ma non vogliamo affrontare le realtà che producono e le condizioni di coloro che le vivono. Siccome sarebbe troppo penoso accettare l’eventualità che capitasse a noi stessi, tendiamo a considerare il carcere come qualcosa di avulso dalla nostra vita, una sorte riservata ad altri, un luogo ideologico per generici individui indesiderabili. Il che ci solleva dalla responsabilità di riflettere sulle problematiche concrete che affliggono i funzionamenti su queste strutture. Ma il carcere è parte integrante della nostra società. Tre secoli fa Voltaire disse: “Non mostratemi i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché è da essi che si misura il grado di civiltà di una nazione”.

Oltre al sovraffollamento, quale altra certezza hai acquisito visitando un carcere?

“Se metti in galera un tossicodipendente non lo guarisci e i tossicodipendenti sono il 30% della popolazione carceraria. Se hai quei problemi non puoi scontare la pena in un carcere. Perché se oggi finisci “dentro” la maggiore parte degli istituiti di pena italiani in fondo generano nuovo crimine: cosa fai tutto il giorno se non del parlare di perché sei finito dentro o di come potrai non finirci una volta uscito fuori? Il carcere di Lodi è un eccezione, un esempio positivo fatto apposta. Facile sparare sulla croce rossa. A San Vittore o Poggio Reale sarebbe stato difficile girare un documentario così”.

O anche alla Dozza di Bologna, una delle carceri più problematiche del paese…

“Certo, non l’avrei fatto come l’ho fatto lì. Dopo la terza, quarta visita l’angoscia si allevia e ho iniziato a conoscere le persone e seguirle. Sono diventato parte integrante dello spazio carcerario, ho instaurato rapporto con le persone. In un carcere ancor più sovraffollato, forse ce l’avrei fatta lo stesso, ma avrei avuto difficoltà a creare vicinanza con i protagonisti. A Lodi la direttrice ha seguito la storia di ogni detenuto, tutti sapevano che giravo documentario. Alla Dozza sarebbe stata più dura. Se avessi ricevuto un invito da lì, ancora meglio, è nella mia città. Ma l’inferno di un carcere qui sarebbe stato molto più amplificato”.

I fratelli Taviani con un film girato dentro un carcere romano hanno vinto l’orso d’oro a Berlino; cosa ne pensi del loro film?

“Abbiamo girato nello stesso periodo. L’ho letto sul giornale. Il loro sarà un gran film, però mi sono imposto di non vederlo fino a che il mio lavoro non è stato chiuso, anche se il mio lavoro è totalmente diverso. Lo vedrò sabato al festival di Fabriano dove sono ospite”.

Ti ostini ad usare il cinema documentario per raccontare il reale. Come mai ti fidi di questo mezzo espressivo che con il web e i reportage online sembra subire frenate d’arresto?

“Il documentario è il cinema del reale. Ed è proprio lo strumento con cui un cineasta si può confrontare e mettere in gioco. Non smetterò mai fare documentario, anche se ho provato a lavorare con il cinema di finzione. Lavorare con le immagini è eccezionale: quando lavori su soggetti forti ti accorgi che le persone diventano personaggi, e di fronte a loro mi pongo sempre in un’ottica cinematografica. Anche nel documentario io racconto una storia e non mi approccio mai al modello dell’inchiesta o del reportage. Significa avere pazienza, osservare e ascoltare. Il cinema per questo è un mezzo privilegiato”.