L’attentato ipotizzato dalle Nuove Br contro il giuslavorista Pietro Ichino non è solo la volontà di colpire un simbolo, ma di scardinare l’ordine democratico. E’ la riflessione a inizio requisitoria del procuratore generale di Milano, Laura Barbaini, nel processo bis d’appello ai componenti delle nuove Brigate Rosse. “Colpendo Ichino si vuole chiudere la bocca al confronto delle idee”. Il giuslavorista, che è parte civile nel processo e che secondo l’accusa era nel mirino del gruppo, “non è solo un simbolo ma deve essere colpito perché rappresenta l’ordine democratico su cui si fonda l’attuale assetto politico istituzionale”. Ichino è “un uomo di cerniera” e colpire lui significa “aprire la strada all’insurrezione armata”. Secondo l’accusa, dunque, Ichino “non è un simbolo e neanche isolato, ma è un elemento di un programma più ampio”. 

Il sostituto ha chiesto dodici condanne per altrettanti imputati a pene che vanno dai 3 anni e 6 mesi a 14 anni e 1 mese di carcere. Per nove imputati in particolare il magistrato ha chiesto la riduzione di sei mesi delle condanne che erano state emesse nel precedente giudizio di secondo grado, poi annullato dalla Cassazione. Per Alfredo Davanzo, presunto ideologo, la richiesta è di 10 anni e 10 mesi; per Massimiliano Gaeta, 7 anni, 6 mesi e 15 giorni; per Massimiliano Toschi, 10 anni, 2 mesi e 15 giorni; per Bruno Ghirardi 10 anni, 4 mesi e 15 giorni. Anche per Salvatore Scivoli c’è la richiesta di rideterminare la pena in 6 anni e 6 mesi. Per gli altri quattro imputati, Amarilli Caprio, Alfredo Mazzamauro, Davide Rotondi, Andrea Scantamburlo, il pg ha chiesto che sia confermata la sentenza impugnata.

L’udienza questa mattina è iniziata con la nuova nomina di un altro difensore d’ufficio dopo la rinuncia di una avvocatessa di 30 anni che in qualche modo si è sentita minacciata dall’atteggiamento di quello che viene considerato l’ideologo dell’Esercito Rosso, Alfredo Davanzo. Massimiliano Meda, nuovo legale del leader e anima del foglio clandestino Aurora, ha spiegato di essere “tranquillo. Gli ho parlato, il mio dovere professionale è difenderlo”. Nel suo intervento in aula ha spiegato che “la mia è una difesa tecnica non politica. Quello che mi interessa è garantire una difesa tecnica e avere il tempo per leggere tutti i documenti di un processo delicato”. L’avvocato interverrà alla prossima udienza, in calendario il prossimo 28 maggio. Il processo si era aperto con l’esaltazione della violenza avvenuta a Gneova ai danni dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare. 

Davanzo pretende di difendersi da solo, una eventualità non prevista nel codice penale italiano. “Se vogliamo evitare incidenti burocratici chiariamo subito che non accettiamo alcuna difesa. Siamo capaci di difenderci da soli” fa sapere dalla gabbia. Di fronte al giudice Anna Conforti, che gli ha spiegato che si tratta di “un processo tecnico e non politico” e che il codice impone un avvocato d’ufficio, Davanzo ha replicato: “E’ un codice borghese. Siamo qui per sovvertire lo Stato borghese”.  Vorrebbe difendersi da solo anche un altro degli imputati, Vincenzo Sisi. “Non riconosco gli avvocati come miei rappresentati. Intendo difendermi da solo”. Entrambi gli imputati nel primo processo d’appello sono stati difesi da legali di fiducia. Questa nuovo orientamento farebbe pensare a una tattica dilatoria visto che i termini per la custodia cautelare scadono il 14 giugno. 

L’avvocato che ha rinunciato ha così giustificato, come riportato questa mattina dal Corriere della Sera, la sua decisione: “Ritengo che la mia incolumità psicofisica di difensore d’ufficio del signor Alfredo Davanzo, unitamente alla sua volontà di non avvalersi delle mie prestazioni professionali, siano valori di interesse superiore rispetto all’obbligatorietà della difesa d’ufficio”. Quando la Corte , alla scorsa udienza, aveva nominato i due legali d’ufficio gli imputati dalle gabbie avevano gridato “di non volerli accettare”. A quel punto la Corte aveva spiegato che gli imputati non hanno facoltà di rinunciarvi ma, a quel punto Davanzo aveva mormorato: ‘In ogni caso ci saranno complicazioni”. Nel 1977 l’avvocato Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, civilista, fu ucciso dalle Br proprio per aver accettato l’incarico dopo che i leader storici avevano rimesso il mandato e minacciato di morte chi avesse assunto la loro difesa. Nonostante il pericolo Croce assunse la difesa. 

Il processo di secondo grado si sta celebrando nuovamente perché che la Cassazione ha ordinato alla Corte d’Assise di rifarlo a dodici  imputati perché secondo gli ermellini i giudici d’appello, che avevano sostanzialmente confermate le condanne di primo grado, non avevano ben motivato se i presunti terroristi intendessero esercitare una violenza di tipo “comune” su bersagli mirati con finalità eversive di propaganda, o una violenza “terroristica” che accettava il rischio di vittime collaterali o addirittura voleva colpire indiscriminatamente la popolazione per suscitare panico e destabilizzare gli assetti istituzionali.

“Noi non siamo terroristi, non ammazziamo i bambini come a Brindisi” ha detto Davanzo dalla gabbia. Il presunto ideologo del Partito comunista politico-militare ha ripetuto: “Non siamo terroristi”.