Dalle finte lauree alle finte donazioni. Continuano i guai giudiziari del Carroccio e alla lunga lista di irregolarità riscontrate dai magistrati, nel management del partito saltano fuori anche le candidature ‘comprate’. Secondo i documenti sequestrati mercoledì sera dalla Procura di Forlì, durante una perquisizione nella sede milanese della Lega Nord, in via Bellerio, senatori e deputati leghisti avrebbero infatti acquistato le poltrone a Montecitorio e a Palazzo Madama davanti al notaio. Impegnandosi a versare un obolo mensile non appena ottenuto il posto di 2.000 euro per i rappresentanti eletti al primo mandato, 2.400 euro per i mandati successivi.

Uno scambio, spiegano gli inquirenti, trattato ufficialmente come una ‘donazione’ dal candidato al partito, irregolare però dal punto di vista fiscale. Infatti, la legge in merito prevede che nel momento in cui viene effettuato l’atto della stipula notarile, il bene (la nomina) sia presente, e non costituisca una promessa futura. Pertanto, spiegano i magistrati che hanno avviato le indagini, le ‘donazioni’, praticate almeno a partire dal 2000, sarebbero fittizie. Ma molto in uso, stando alle dichiarazioni di Nadia Dagrada, segretaria amministrativa del Carroccio, sentita nei giorni scorsi dalla Procura di Forlì.

 

”La somma di 2.420,00 è stata determinata dal consiglio federale almeno a partire dal 2001 – ha dichiarato infatti alla Procura la Dagrada – Tutti i nostri eletti sono tenuti a versare un contributo al movimento. L’impegno viene formalizzato tramite una scrittura privata, ossia un impegno del candidato che usufruisce delle spese elettorali sostenute dalla Lega Nord per la campagna elettorale a rimborsarne almeno una parte al movimento”.

Il versamento, ha raccontato la Dagrada, veniva chiesto solo ai candidati con concrete possibilità di elezioni. “Gli altri non firmano alcun impegno. Nel caso delle ultime elezioni alcuni candidati non considerati papabili sono stati eletti visto la vittoria elettorale e abbiamo provveduto successivamente rispetto alla consultazione elettorale ad integrare la documentazione…”.

L’accordo decadeva poi in caso di mancata vittoria e, come confermano i verbali degli interrogatori di Francesco Belsito e della stessa Dagrada, si tratterebbe di una prassi consueta e consolidata, obbligatoria per partecipare alla gara. Cioè alle elezioni.

La pratica dell’obolo mensile al partito, però, sembrerebbe non essere in uso solo tra i militanti del Carroccio e applicata anche quando il candidato paga da sé le proprie spese elettorali. Anzi, in taluni casi, l’abbandono di un vessillo porterebbe a una penale salata. Lo sa bene Matteo Riva, consigliere comunale di Reggio Emilia e, dal 2010, esponente dell’assemblea regionale all’interno del gruppo misto, ma eletto con l’Italia dei Valori da cui è stato espulso. Nei giorni scorsi si è visto recapitare un’ingiunzione di pagamento chiesta dall’Ida da 130 mila euro più interessi. 100.000 come penale per non aver completato, nello stesso partito, la legislatura per espulsione o dimissione, passando a un altro gruppo, e 30.000 per le quote mensili non pagate al partito dal momento in cui è uscito, fino alla fine della legislatura.

Un conto salatissimo effetto di un “impegno” che, ad accettazione della candidatura, viene firmato per concorrere a un seggio, e al conto finale per l’addio, valido anche per i parlamentari, a cui si deve aggiungere una quota di 1.500 euro al mese che deve essere devoluta al partito di Antonio Di Pietro. Per Riva, che tramite l’avvocato Paola Soragni ha presentato un’istanza di opposizione al decreto per contratto “imposto” e non “sottoposto”, l’ultima parola spetterà al tribunale, che si pronuncerà in merito il prossimo 13 luglio. Ma secondo Silvana Mura, parlamentare dell’Idv e rappresentante legale del partito, “è un impegno che tutti noi eletti per l’Italia dei Valori compriamo”.