“Bisogna essere pazzi per rinunciare alla ricchezza che danno i maiali”: quasi un aforisma, di straordinaria potenza, che ben si presta a descrivere il nostro presente di corrotti e corruttori, di corse all’accumulo in spregio a qualsiasi idealismo facilmente etichettato come fanciullesco o sciocco. Una frase che Pino Cacucci mette in bocca ad Antonieta Rivas Mercado, intellettuale femminista ante litteram, amica di Garcia Lorca, promotrice di arte, teatro e musica per le quali dilapidò la fortuna del padre. Antonieta è una delle protagoniste del suo ultimo libro, Nessuno può portarti un fiore, uscito pochi giorni fa per Feltrinelli. Sette storie di uomini e donne accomunati da esistenze di straordinaria intensità, vissute o bruciate nel sacro nome dell’ideale, di bellezza, giustizia, libertà, nel rispetto, spinto fino alle estreme conseguenze, della propria dignità di esseri umani. Raccontate da un autore che si defila, immaginando e trascrivendo pensieri e parole dei protagonisti, nel tentativo di restituire loro umanità e sangue, corpo e cuore.

Ancora una volta la tua penna traccia il profilo di esistenze fuori dell’ordinario, come già facesti dieci anni fa con il romanzo Ribelli. Da quale necessità nasce questo nuovo capitolo della tua ricerca?

“Molti dei libri che ho finora scritto riguardano il valore della memoria, la necessità di scavare nel passato per riportare alla luce vicende inestimabili di donne e uomini che la storia ha dimenticato o trattato con superficialità, quando non maltrattato.  E ancora una volta ho sentito l’esigenza di raccontare storie di persone che si sono rivoltate contro intollerabili ingiustizie, o che hanno lottato per affermare se stesse contro le convenzioni e il perbenismo, cercando con grande dignità di affermare i propri ideali. Personaggi semi sconosciuti in Italia, nel caso di Antonieta Rivas Mercado (unico omaggio al mio Messico), o conosciuti per altre vie, come nel caso del Sante Pollastri cantato da De Gregori. Ma un argomento mi stava particolarmente a cuore, quello degli anarchici (Sante Pollastri appunto, ma anche Horst Fantazzini e Clement Duval) che a cavallo tra Ottocento e Novecento si misero ad assaltare banche, individuando nei banchieri i principali nemici della società. Senza perseguire scopi di arricchimento personale, ma redistribuendo il bottino, come faceva Pollastri comprando cibo da portare nei quartieri più poveri della sua Novi Ligure. Oggi viviamo una crisi generata dalla scelleratezza di banchieri e speculatori che non battono altra bandiera che quella del facile profitto: ecco, credo che ricordarli sia una piccola rivincita.

Sante, il bandito che ama la bicicletta. Ed Edera De Giovanni, la bella e sfrontata partigiana di Monterenzio che, recita il retro di copertina era “sempre a pedalare sulla bicicletta per cercare i giovani nascosti nei fienili e convincerli ad andare con i partigiani. Non perdi occasione per omaggiare le due ruote.

E’ vero, trovare in queste storie l’uso della bicicletta è stato ancor più motivante. E’ che ormai vedo nella bicicletta uno strumento di resistenza. Ci sono situazioni in cui occorre tornare indietro, non per forza andare avanti. E’ questa la condanna al disastro insita nel capitalismo: più produzione, più profitti, più consumo, o la catastrofe della recessione, mentre l’unica via d’uscita è quella della decrescita. Un film come Diaz ha avuto il grande merito di riportare alla ribalta quel movimento, oltre alla vergogna incancellabile dei pestaggi e delle torture che si consumarono. Se si fossero prese in più seria considerazione le ragioni profonde del movimento oggi la crisi sarebbe così drammatica? Ed anni prima di Genova chi ricorda, era il capodanno del 1994, le grida degli Indios del Chiapas, che per primi usarono parole come globalizzazione e neoliberismo, profetizzando che il capitalismo selvaggio avrebbe annientato prima loro poi noi abitanti del ricco occidente? La storia ha dato loro ragione.

Il tuo libro si apre proprio con una poesia di Carlo Giuliani. La mattanza della Diaz fu una feroce repressione non solo di corpi ma di sogni, la violenza di chi impone che non si ha il diritto di sognare.

“Sì, massacravano i corpi per spegnere i sogni e ancora oggi lascia stupiti l’accanimento dei poliziotti. Ma è il modo di agire dell’assolutismo: si può far finta di poter mettere in discussione tutto, di vivere in democrazia e avere la libertà di esprimere le proprie opinioni, ma guai a mettere in discussione il sistema economico. Eravamo abituati a vedere scene di questo genere in America Latina, a partire da quel laboratorio che fu il Cile di Pinochet, da dove iniziò il cammino del neoliberismo selvaggio dei Chicago Boys. A Genova i metodi sono stati gli stessi, col paradosso che oggi l’America Latina si è affrancata, risvegliandosi, ed i suoi governi di sinistra paradossalmente ci sono di esempio. Sfido chiunque a criticare l’operato di Lula, o l’Argentina odierna, per anni isolata dai mercati e dal fondo monetario ed oggi una delle economie trainanti dell’America Latina. L’Europa minaccia sfracelli per la rinazionalizzazione del petrolio argentino, ma si rende conto di essere ormai nella posizione di chiedere l’elemosina a quegli stessi paesi contro i quali alza la voce senza efficacia”

I protagonisti dei tuoi ritratti sono giovanissimi: c’è un’età per fare la rivoluzione? E credi che i ventenni d’oggi, figli della crisi e della disillusione,possano permettersi il lusso di tornare nel solco di questi loro antenati?

“Certamente esiste una sorta di predisposizione biologica: a vent’anni il sangue pulsa più forte nelle vene e rende intollerabile qualsiasi tipo di ingiustizia. La nostra è un’epoca tremenda quanto a possibilità di coltivare il lusso della ribellione, però poi nel mio piccolo mi capita di scorgere, nei ragazzi delle università o dei licei in cui sono invitato, un briciolo di speranza, una sensibilità che mi riaccende speranza nel futuro, un cuore che difficilmente verrà soffocato. E si ricomincia, ogni volta, da capo”.