L’ex premier islandese Geir Hilmar Haarde, unico capo di governo sotto processo in relazione alla crisi economica globale, è stato condannato per non aver preso iniziative per assicurare “un’analisi completa e professionale del rischio finanziario da parte dello Stato a fronte della crisi finanziaria”, ma è stato assolto dagli altri tre capi d’accusa, formulati contro di lui per negligenza nella gestione della crisi del 2008.

Ad Haarde, primo ministro dal 2006 al 2009, era infatti contestato di non aver agito con tutti i mezzi a lui disponibili per evitare il fallimento di tre banche islandesi e il conseguente collasso dell’isola. I giudici non gli hanno inflitto alcuna sanzione e sarà lo Stato a dover pagare le spese processuali. Rischiava fino a due anni di carcere.

Il verdetto è stato annunciato ieri dal Landsdomur della capitale Reykjavik, la speciale corte composta da 15 membri (5 giudici della Corte Suprema, un presidente di corte distrettuale, un professore di diritto costituzionale e 8 persone scelte dal Parlamento), che dal 1905 ha giurisdizione sui ministri. “E’ assurdo – ha commentato l’ex premier dopo la sentenza -. È ovvio che la maggioranza dei giudici si è sentita sotto pressione nel giudicarmi colpevole su un punto, sebbene minore, e salvare il collo dei parlamentari che hanno istigato tutto questo”. Il Parlamento decise di mandarlo a processo con 33 voti favorevoli e 30 contrari.

Il procedimento si era aperto il 5 marzo. Haarde, 61 anni, si era dichiarato non colpevole di tutti e quattro i capi d’accusa, sostenendone l’infondatezza. Né lui né i regolatori finanziari, aveva detto durante la testimonianza, conoscevano il reale stato della situazione finanziaria delle banche fino a che non sono crollate: “I banchieri non avevano capito che la situazione fosse così disastrosa. È stato solo dopo il crollo che tutti se ne sono resi conto”. Secondo l’accusa Haarde avrebbe omesso in particolare di mettere in pratica  le raccomandazioni che una commissione governativa aveva redatto nel 2006 per rafforzare l’economia islandese.

Le banche islandesi appoggiarono la grande crescita del paese nei dieci anni prima del collasso nell’ottobre del 2008, comprando asset all’estero e contraendo debiti che non sono riusciti poi a ripagare. I tre principali istituti dell’isola – Kaupthing, Landsbanki e Glitnir – crollarono nel giro di una settimana. La successiva implosione incrementò l’inflazione e molte persone persero il lavoro. Haarde diventò il simbolo della cattiva gestione del sistema e nel 2009 fu costretto a dimettersi, accusato dall’opinione pubblica di aver nascosto loro la gravità della situazione e non esser stato in grado di gestire il paese dopo il crollo.