28 euro al giorno per ogni detenuto ospite al Centro di Identificazione ed Espulsione di Bologna. A tanto si sono ridotti i fondi per la gestione della struttura di via Mattei. Già prima, quando era amministrata dalla Confraternita della Misericordia, l’ente con a capo Daniele Giovanardi, fratello del senatore Carlo Giovanardi, e il budget era di 70 euro giornalieri per ‘ospite’, il centro versava in profonde condizioni di disagio. Ora, invece, il consorzio siciliano Oasi, provvisorio vincitore della gara d’appalto al ribasso indetta a marzo (che ha battuto tutti compresi gli attuali gestori che avevano proposto 69 euro), gestirà il Cie con meno della metà delle risorse. Con le quali dovrà comunque pagare vitto e alloggio dei detenuti, i servizi igienici, i costi amministrativi, il lavoro di operatori diurni e notturni, infermieri (24 ore su 24), medici (8 ore al giorno), assistenti sociali, mediatori e psicologi.

La notizia è giunta proprio all’avvio dell’iniziativa LasciateCIEntrare, parte di una più ampia campagna europea contro la detenzione amministrativa. La mobilitazione in Italia è partita a Bologna ma è sarà presto a Modena, Trapani, Caltanissetta, Roma, Milano e in molte altre città. Per la delegazione che stamani ha visitato il centro per incontrare gli ‘ospiti’ – c’erano la parlamentare Sandra Zampa del Pd, Danilo Gruppi, segretario della Cgil di Bologna, Stefano Brugnara, presidente dell’Arci cittadino e Cècile Kyenge, del comitato Primo Marzo – l’annuncio da parte della prefettura sulla gara d’appalto è stato “una doccia fredda”.

“È demenziale continuare a fare gare a massimo ribasso, specialmente in luoghi delicati come questi dove invece bisognerebbe investire, fare politiche che aiutino a tirare fuori queste persone dalle situazioni assurde in cui si trovano – ha commentato Gruppi – Il degrado, la disumanità, l’assoluta immobilità in cui sono costretti i detenuti sono aspetti che rendono colpevoli pratiche come questa, un atto di una gravità inaudita”.

“28 euro contro 69 confligge con la logica, con il buonsenso – ha aggiunto Brugnara – e nelle sedi istituzionali questo problema si dovrà di approfondire, perché così non si può andare avanti. Già la situazione è quella che è, pensare che con un terzo delle risorse si possa garantire un minimo di civiltà è illogico”.

Rinchiusi nella struttura di identificazione ed espulsione di Bologna al momento si trovano 48 uomini e 24 donne, la maggior parte di loro giovanissime, dai 18 ai 20 anni, vittime della tratta di esseri umani. Situazioni che convivono promiscuamente e che sempre più spesso non coinvolgono solo persone che hanno commesso diversi reati, ma anche incensurati, uomini con mogli e figli fuori dalle sbarre, ex dipendenti di grosse aziende che dopo una vita a pagare contributi hanno perso tutto, a cominciare dal permesso di soggiorno. I casi sono tanti e generalmente, iniziano nell’adolescenza.

A Bologna, per esempio, c’è un uomo di origini magrebine che ha lavorato in un’azienda italiana per 26 anni poi, a causa della crisi, ha perso il lavoro e già da un mese si trova rinchiuso al Cie. Anche un’ex operaia della Golden Lady ha pagato lo scotto della Bossi-Fini, e dopo 15 anni di vita in Italia, ora non sa quando potrà lasciare la struttura di via Mattei. A Modena è in corso un’analoga asta al ribasso. Proprio nella città emiliana il giovane Moussad, 24 anni, da nove clandestino per scelta, disoccupato ma deciso a rimanere in Italia accanto alla sua fidanzata, Giulia, un giorno è uscito a prendere un caffè e non è più tornato a casa. Stamattina Giulia sarebbe dovuta andare in municipio per fare i documenti per il matrimonio, ma ormai è troppo tardi. Moussad è già stato rimpatriato in Tunisia sabato, sotto silenzio, scortato da ben sei uomini in accompagnamento.

“Non avrei mai pensato che nella mia città ci fosse un posto del genere – ha aggiunto il segretario della Cgil bolognese, Gruppi – che conferma il fallimento di una politica di lungo corso che ha caratterizzato, purtroppo, sia i governi di centrosinistra, sia quelli di centrodestra”.

“La situazione al Cie è infernale per chi vi è detenuto e per chi ci lavora – ha aggiunto Sandra Zampa – e non oso immaginare cosa potrà succedere quando le risorse saranno tagliate così drasticamente. Sicuramente ci mobiliteremo per intervenire contro questa decisione, abbiamo presentato un’interrogazione urgente al ministro Anna Maria Cancellieri alla quale ci hanno risposto in maniera inadeguata. Ma insisteremo, riuniremo le forze politiche locali e andremo a Roma per incontrare il governo e trovare una soluzione. In primo luogo contro la proroga della permanenza massima al Cie, aumentata a 18 mesi”.

Un’eternità per chi là dentro è rinchiuso. “Noi non abbiamo una vita lunga come quella dei dinosauri – hanno detto alcuni detenuti alla delegazione che stamattina ha visitato la struttura – noi viviamo in media sessant’anni, pensate quanto ci togliete costringendoci a passare un anno e mezzo qui dentro”.

“È una violazione dei diritti umani e un inutile spreco di fondi pubblici – ha chiarito la Zampa – noi sosteniamo Monti perché faccia qualcosa, non solo perché pareggi i conti pubblici ma perché sia al servizio delle persone”.

Scarsa igiene, solitudine, immobilità e soprattutto indeterminatezza. Sono tanti i mali che affliggono chi si trova sospeso nel limbo senza diritti e senza certezze che è il Cie. Spesso si perde la testa, si ha paura. Paura di rimanere rinchiuso in quelle celle per mesi, anni, senza sapere che ne sarà di lui, della sua famiglia. “Il governo deve dare un segnale forte, cambiare la legge – ha sottolineato Cécile Kyenge – Troppo spesso si confonde il carcere con il Cie, dove finiscono i più deboli, quelli che non possono difendersi. È disumano”.