A San Giorgio a Cremano (Napoli) c’è un politico che sognava di essere ricordato per aver salvato Silvio Berlusconi e invece passerà alla storia per aver cancellato il Pdl dalla città di Massimo Troisi. Si chiama Bruno Cesario, è un deputato eletto nel Pd e poi migrato nel centrodestra berlusconiano tramite i Responsabili. Il commissario regionale del Pdl Francesco Nitto Palma lo aveva nominato coordinatore elettorale del partito sangiorgese per le amministrative. In poche settimane Cesario è riuscito nella titanica impresa di non far presentare la lista Pdl in un comune dove in un recentissimo passato gli azzurri hanno sfiorato il 30%. Chissà se in premio otterrà la ricandidatura alle politiche. Il sindaco uscente, il Pd Domenico Giorgiano, sentitamente ringrazia. Proverà a conquistare un secondo mandato a capo di una coalizione che comprende centrosinistra e Fli, e il suo principale avversario, il leader dei moderati Aquilino Di Marco, ex capogruppo di Forza Italia, non potrà contare sul simbolo di punta.

Interessante la parabola di Cesario, che dopo anni di caporalato nella Margherita campana, corrente di Ciriaco De Mita, nel 2008 è arrivato per la seconda volta a Montecitorio usando come un taxi la lista partenopea del Pd grazie alle intelligenti scelte di Veltroni (che lo candidò) e di D’Alema (che optando per l’elezione in Puglia gli spianò la strada verso il Parlamento). Nel Pd ci rimarrà per poco, poi seguirà Rutelli nell’Api. Prima di essere folgorato sulla via di Arcore. L’occasione è la mozione di sfiducia a Berlusconi calendarizzata il 14 dicembre 2010. Cinque giorni prima Cesario, con Domenico Scilipoti e Massimo Calearo, fonda il ‘Movimento di Responsabilità Nazionale’. I tre votano per ultimi in aula. Tre voti plateali e decisivi per garantire al Cavaliere una striminzita maggioranza e la sopravvivenza per altri undici mesi. Del gruppo Cesario ottiene l’incasso maggiore: uno strapuntino di sottosegretario all’Economia, rilasciatogli qualche mese dopo con uno dei tanti dimenticabili rimpasti di governo.

Con il tramonto del Cavaliere, la nomina di Alfano a segretario, l’ascesa del governo Monti, anche nel Pdl campano orfano di Nicola Cosentino si sparigliano le carte. Cesario, che a Roma fa riferimento al gruppo ‘Popolo e Territorio’, a Napoli partecipa al tesseramento Pdl e ottiene da Palma l’incarico di organizzare le elezioni a San Giorgio. Non ne azzeccherà una. Commenta un esponente di lungo corso del Pdl sangiorgese, schieratosi con Di Marco, dietro la garanzia dell’anonimato: “Cesario si è mosso come un elefante in un negozio di porcellane. Ha litigato con tutti, e alla fine è rimasto solo”. Come ha fatto? In poche semplici mosse. In un partito già diviso di suo, che in consiglio comunale ancora manteneva tre sigle (Pdl, Forza Italia e An), prima disconosce la candidatura di Aquilino Di Marco, che era in campo da un anno e pareva sicuro di avere la maggioranza del Pdl dalla sua parte. Poi nomina candidata sindaco tale Gerardina Martino, direttore generale di un paesino in provincia di Verona, assente da San Giorgio da diversi anni. Infine affida ad Aldo Raucci, leader di una lista civica molto forte, la guida della coalizione anti-Giorgiano, chiedendo alla Martino e al Pdl un passo indietro. Mancano circa tre settimane alla chiusura delle liste e nel corso di un’iniziativa pubblica Cesario afferma che l’operazione pro Raucci è benedetta dal sostegno di dieci liste. Ma è un bluff. Il consigliere comunale più votato, Ciro Di Giacomo, si sfila e passa con il gruppo di Di Marco con la intercessione del capogruppo Pdl in Regione Campania Fulvio Martusciello. E’ la fine. Il Pdl si frantuma definitivamente, diversi suoi esponenti corrono a schierarsi altrove, Cesario restituisce l’incarico e i vertici napoletani del partito maturano la consapevolezza che è meglio non presentarsi proprio piuttosto che fare una lista di bandiera e racimolare percentuali irrisorie. A San Giorgio a Cremano il Pdl perderà senza combattere. Per ritiro.

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