Comprereste un limoncello made in Repubblica Ceca? Il famoso infuso di scorze di limoni è parte integrante della tradizione liquoristica italiana e l’origine ha il suo peso, anche ai fini commerciali. Eppure presto succederà proprio questo con il Limoncè, la più famosa marca di limoncello che traslocherà oltre confine per finire proprio nella ex Cecoslovacchia, come effetto della chiusura dello stabilimento triestino della Stock, proprietaria del marchio così come del brandy Stock 84 e della vodka Keglevich, tutti prodotti molto noti in Italia e all’estero, che cesseranno la produzione nel capoluogo giuliano. A decidere la cessazione dello stabilimento è stato fondo di private equity Oaktree, che è entrato in possesso del sito nel 2007 con l’acquisto della società dalla multinazionale tedesca Eckes. La comunicazione alle organizzazioni sociali è arrivata questa mattina durante una riunione nella locale sede della Confindustria, dove l’amministratore delegato della Stock Claudio Riva ha avvertito della decisione.

“E’ stato un fulmine a ciel sereno” dichiara a ilfattoquotidiano.it il segretario generale della Cgil di Trieste Adriano Sincovich. “Nulla nelle settimane precedenti lasciava intendere una simile decisione, che non era nei patti statuiti con la proprietà”. Lo stabilimento occupa attualmente 28 persone: non molte se si pensa che a fine anni ’70 erano circa 700, ma la meccanizzazione e il calo del consumo di superalcolici hanno ridotto la domanda. “Per il mantenimento del presidio industriale” continua Sincovich, “uno dei pochi rimasti nella provincia di Trieste, siamo scesi a patti con la proprietà acconsentendo a tutta una serie di accordi per alleggerire l’onere del lavoro e creare maggiore flessibilità, al fine di aumentare la produttività del lavoro. Per questo siamo basiti dalla decisione presa, che va contro ogni intendimento e contro ogni logica commerciale e industriale. Si tratta solo di finanza e nulla più”.

D’altronde Oaktree, proprietario di Stock e di altri marchi nel mondo del beverage alcolico fabbricati oltrechè in Italia e Repubblica Ceca anche in Polonia, è un fondo di private equity specializzato in ristrutturazioni (ulteriore beffa, questa) che ragiona con logiche puramente finanziarie e di ritorno degli investimenti. La proprietà ha ringraziato i lavoratori per tutti gli sforzi fatti in termini di efficienza, ma non ha avuto nessun’esitazione ad abbassare le saracinesche, con l’obiettivo di spegnere l’unica linea ancora in produzione entro giugno di quest’anno. Lo svuotamento del presidio triestino non inizia però da oggi: già nel 2009 il vertice operativo e commerciale era stato spostato a Milano, lasciando in Venezia Giulia solo la produzione, che da oggi scompare anch’essa. Le organizzazioni sindacali, compatte nella difesa del sito produttivo, hanno incontrato già oggi l’assessore regionale al Lavoro Angela Brandi per approfondire il tema e cercare di trovare una soluzione al problema. “Trieste, insieme a Roma, è la provincia italiana che ha il minor valore aggiunto derivante dal settore industriale. Ogni chiusura di stabilimento, per quanto non grande come questo, per noi rappresenta una perdita molto importante” conclude Sincovich. Parole dal sapore chiaro, dato che in un tessuto industriale diradato come quello triestino diventa ancor più difficile la riconversione degli operai che presumibilmente resteranno senza occupazione. L’amaro calice della finanza.

di Aldo Galeone