Si fa presto a dire dieci miliardi. Un “tijeretazo” (una sforbiciata) di queste proporzioni, applicata a due settori chiave ed estremamente delicati come la sanità e l’educazione, vuol dire fare un passo decisivo verso lo smantellamento dello stato sociale. Ma non solo. In Spagna significa anche rimettere completamente in discussione il “modelo autonómico”, il decentramento regionale. Sono stati i governi locali della Catalogna e del Paese Basco (due tra i pochissimi non ancora caduti sotto il controllo del Partito Popolare) a ricordarlo con forza al premier Mariano Rajoy. L’annuncio di questo nuovo piano di austerità – il terzo in poco più di cento giorni di amministrazione del centro-destra – è venuto infatti dal governo centrale, ma sanità ed educazione sono due tra le principali competenze trasferite alle Comunidades. Anzi, per dirla tutta, sono proprio ciò che dà un senso compiuto all’esistenza delle Regioni. E a dar corpo al sospetto che tra i progetti della destra ci sia anche quello di rivedere in maniera sostanziale la stessa organizzazione dello Stato, arriva il “suggerimento” di Esperanza Aguirre, ultraliberista presidente regionale di Madrid: restituire all’esecutivo centrale le competenze su sanità ed educazione (e anche sulla giustizia). In questo modo, dice la “lady di ferro” del Pp, si potrebbero risparmiare 48 miliardi di euro (una stima tutta da verificare).

A parte questi esercizi di ingegneria istituzionale, il problema impellente è reperire questi 10 miliardi di euro. Sette dovranno venire dal taglio delle spese sanitarie. Un’enormità. Basti pensare che, fino ad ora, il più drastico piano d’austerità applicato al settore fu quello deciso da Zapatero nel 2010, per un importo di 3 miliardi. In quell’occasione, circa la metà del rispar1mio fu determinata da un taglio del 5 per cento dei salari. Una misura che Rajoy assicura di non voler adottare. Ma questo non esclude che finisca per adottarla (in appena tre mesi di governo gli spagnoli hanno constatato più volte l’estrema disinvoltura con la quale il premier smentisce se stesso). Il presidente del Cesm, la confederazione dei sindacati dei medici, ricorda al capo dell’esecutivo che negli ultimi due anni i loro salari si sono già ridotti del 20 per cento, tra riduzioni delle guardie e tagli agli stipendi dei funzionari. Ma è anche vero che un risparmio di sette miliardi è estremamente difficile da realizzare senza mettere mano alle spese per il personale, che rappresentano quasi la metà del bilancio della sanità.

E allora, dove si può andare a colpire? Diverse le ipotesi allo studio. Si pensa all’introduzione del ticket (anche in questo caso Rajoy aveva detto di “non essere favorevole”) sia sulle ricette, per le quali il pagamento avverrebbe in funzione del reddito, sia sull’assistenza sanitaria (si potrebbe richiedere il pagamento di alcuni servizi a chi ha un reddito superiore ai 100mila euro). Di sicuro verrà ridefinito l’elenco dei servizi che il “sistema nacional de salud” offre in maniera gratuita: è probabile che si continui a garantire le prestazioni fondamentali come visite mediche, interventi chirurgici, trapianti, campagne di vaccinazione, ma verrebbero eliminati i trattamenti di riproduzione assistita e le operazioni per il cambiamento di sesso (una delle conquiste del movimento transessuale degli anni di governo Zapatero). Non è escluso però che si ricorra a una linea ancora più dura: pagamento sia per le visite al pronto soccorso sia per i ricoveri in ospedale. Si pensa poi di limitare il “turismo sanitario” (sono molti i cittadini europei che vanno in Spagna per ricevere gratuitamente trattamenti che sono molto costosi nei loro Paesi). Tutte misure che, una volta indicate da Madrid, dovrebbero essere concretamente applicate dalle regioni, a cui formalmente spetta la competenza del settore. Senza escludere possibili rivolte da parte di amministrazioni “ribelli”, come quella dell’Andalusia, rimasta sotto il controllo della sinistra dopo il voto del 25 marzo scorso.

Stesso discorso vale anche nel campo dell’educazione, dove il taglio da 3 miliardi si andrà ad aggiungere ai 3400 milioni di spesa ridotti negli ultimi due anni. E questo nonostante il consistente aumento del numero di studenti (500mila in più). Anche qui, il panorama che si prospetta è desolante. L’aumento delle ore di lezione per tutti i docenti (dalle elementari alle superiori) è una delle misure più probabili. A questo si aggiungerà quasi sicuramente un incremento del numero di studenti per classe, in modo da poter sfoltire il numero di classi. Inutile dire che gli esperti sono fortemente contrari, perché il rischio è che il rendimento degli studenti – già altamente deficitario rispetto agli standard europei – subisca un ulteriore contraccolpo. Ultima minaccia: quella di far pagare l’accesso ai master e ritoccare le tasse universitarie.