Alla fine della serata avrà fatto mille autografi. Sua figlia Teresa gli sta accanto, gli porge i libri e ha un sorriso per tutti. Lui, Francesco Guccini, come uno scrivano obbediente li firma uno per uno, per oltre un’ora. Con  le dediche più strampalate.

Per dire chi è Guccini:  ascolta con pazienza anche una famiglia che, carta d’identità alla mano, gli chiede se si ricordasse di un vecchio zio, o magari di quel cugino. O regala – su precisa richiesta – la bottiglietta d’acqua bevuta durante l’incontro.

Alla fine quando la fila di gente venuta a sentirlo alla libreria Ambasciatori di Bologna si esaurisce, Francesco sembra un po’ un pugile dopo un incontro contro un avversario temibile. Ma non sfugge a due domande. Si parla di politici. Meglio, di tecnici. Qualche mese fa a ilfattoquotidiano.it aveva ammesso che tra i politici attuali che gli piacevano c’era Rosy Bindi. Oggi in tempi di governi e ministri tecnici? “Vado matto per la Fornero e per la sua riforma del lavoro”, risponde ironico. “Non c’è nessuno che mi piaccia in maniera particolare di questo governo, qualcosa ha fatto bene, qualcosa male”. Guccini preferisce di gran lunga il tema musicale. “Farò un nuovo disco con nuove canzoni forse entro l’anno. Ma non mi faccio fretta”.

Intanto il cantautore emiliano si occupa dell’altra sua grande passione: scrivere libri. E sbanca il botteghino, direbbero i cinefili. Il suo Dizionario delle cose perdute, edito da Mondadori, è in cima alle classifiche di vendita con già centomila copie vendute e a sentire come gli è venuta l’idea di questo libro, scriverlo non gli sarà costato troppa fatica. “Parlo della maglia di lana di pecora fatta in casa, le sale da ballo, la carta moschicida. È un elenco di cose perse da tutti, non solo da me. Anche dai giovani”.

Uno dei ricordi più vividi quello delle balere e i tanti rifiuti da ragazzino: “Era umiliante. Andavi da una ragazza e gli chiedevi ‘Permette un ballo e lei abbassava la testa e poi ‘No’. Ma come no? Ho pagato per entrare a ballare – racconta Guccini alle centinaia di persone accorse a vederlo – ma non c’era niente da fare. E invece poi c’era quell’altro, il bello della situazione che alzava un braccio e aveva le ragazzine che gli balzavano addosso travolte da un desiderio erotico frenetico”.

Poi c’è il ricordo del costume da bagno in lana. “Appena entri in acqua ti casca da tutte le parti e poi hai voglia a tentare di ritirarlo su. Menomale che poi sono comparsi i primi costumi da bagno”. Tra le sue cose perdute il cantautore emiliano mette ai primi posti i ghiaccioli di una volta “quelli che se sulla stecca trovavi la scritta hai vinto ti davano diritto un altro gelato. Era insieme gioia smisurata e insulti dai tuoi amichetti”. E come scordare il gelato al tamarillo? “Non lo fanno più. Ridatemi il ghiacciolo al tamarillo, dove si vende?”. “Te lo compriamo domani, a Bologna alcuni supermercati ce l’hanno ancora” gli rispondono dal pubblico. E così la spuma. “La spuma al cedro si chiamava, ma credo che non avesse mai visto in vita sua uno di quegli alberi per davvero”.

Stiamo meglio adesso? O stavamo meglio? “Questo libro non è nato per mettere in discussione questo, ma per ricordare, con una ironia un po’ sorniona quello che c’era, oggetti e situazioni passate forse dimenticate. Se pensi a quando la mattna ti alzavi e l’acqua del lavello della tua stanza dove dormivi era gelata… non è né rimpianto, né malinconia”.

Terminati gli autografi, terminate le interviste, l’autore di Dio è morto e dell’Avvelenata chiede solo di gustarsi una sigaretta per le vie della sua Bologna, in attesa di una cena in una delle sue osterie. Nel dizionario delle cose perdute, tra la naia, i balli, i cantastorie, le braghe corte e la siringa in vetro con l’ago in ferro battuto, non ci sono né la sua città adottiva né le sue vecchie trattorie, che per fortuna non appartengono al passato.