La centrale nucleare di Mochovce

Mentre in Italia qualcuno festeggia ancora per il risultato referendario, non lontano dai nostri confini sta sorgendo uno dei più contestati impianti nucleari del dopo-Cernobyl. Il sito è quello di Mochovce, in Slovacchia, dove la Slovenské Elektrárne sta lavorando a due nuovi reattori della potenza di 400 MW, che si aggiungeranno ai due già operativi. Il problema, denunciano le associazioni ambientaliste, sta all’origine: verranno riciclate tecnologie sovietiche vecchie almeno di 40 anni e prive di sistemi di sicurezza come il cosiddetto “guscio di contenimento”, che dovrebbe evitare fuoriuscite di radioattività e proteggere il reattore da eventi esterni. Un difetto che innalza a dismisura il livello di rischio e che in Germania portò al blocco di tutte centrali sovietiche ereditate dall’unificazione. L’altro importante attore è il Gruppo Enel, che controlla la Slovenské ed è controllato dal nostro ministero dell’Economia. Quasi un paradosso, se pensiamo che la decisione dell’Italia di uscire dall’atomo coincide con la fase decisiva dei lavori in territorio slovacco.

Ma la bandiera italiana ha sventolato, almeno fino a poco tempo fa, anche sul versante finanziario. In campo scesero direttamente i big: Unicredit e Intesa Sanpaolo, entrambi finanziatori storici del Gruppo Enel, in una cordata capeggiata dall’olandese Ing. Era il 2004 e vennero messi sul tavolo 500 milioni di euro, seguiti tre anni dopo da una nuova linea di credito di 800 milioni (da cui si sfilò Unicredit). Scoppiarono proteste in tutta Europa e nel 2008 le banche furono costrette a rinegoziare le condizioni dell’ultimo prestito, con la clausola che quei soldi non dovevano essere utilizzati per Mochovce. Impegno difficile da verificare, una volta che il denaro è entrato nel ciclo produttivo, ma tant’è. Pochi giorni fa, Bank of Austria (Unicredit) ha annunciato di aver annullato la sua linea di credito, mentre per le altre banche resta valida la clausola del 2008. Tuttavia un recente rapporto commissionato dalla rete europea BankTrack apre più di un interrogativo.

Mochovce costerà 2,8 miliardi di euro e al momento resta l’investimento principale della società slovacca. Nonostante la liquidità proveniente dalle bollette degli utenti sarà inevitabile il ricorso al credito, tanto che la stessa Slovenské ha parlato di prestiti “multi-scopo” per integrare il reperimento di fondi. Enel, d’altro canto, ha già manifestato l’intenzione di incassare parte dei profitti della controllata, riducendo così le disponibilità per nuovi investimenti.

Slovenské, secondo il rapporto, potrebbe avere sostituito il prestito del 2004 con parte del nuovo prestito del 2007 a condizioni che non sono state rese pubbliche. Fatto sta che a fine 2010 erano iscritte a bilancio linee di credito per 1,3 miliardi, a cui si aggiungevano due nuove aperture (una di 35 e una di 242 milioni, quest’ultima utilizzabile per Mochovce) provenienti da banche o altri enti sconosciuti. Nei giorni scorsi l’ong italiana Crbm ha chiesto a Intesa Sanpaolo di chiarire la sua posizione. “Per noi resta valida la clausola concordata nel 2008 – ha precisato a ilfattoquotidiano.it Valter Serrentino, responsabile CSR del Gruppo Intesa Sanpaolo – e non ci sono state altre erogazioni destinate al nucleare. Non escludo rapporti di finanziamento relative all’operatività ordinaria delle società, ma non sul nucleare. Quanto al rispetto della clausola, è stato firmato un contratto e ci fidiamo della nostra controparte”.

Intanto i lavori proseguono e stavolta l’intenzione è arrivare fino in fondo. A 26 anni dall’apertura dei primi cantieri e dopo un’interruzione di quasi 17 anni, Slovenské ha annunciato l’inaugurazione al massimo entro il 2013, almeno per il primo reattore. E reperire i soldi, nonostante la crisi di liquidità che sta attanagliando l’economia di mezzo mondo, non sembra essere un problema.

di Roberto Cuda