Esce di scena, suo malgrado, nel momento della verità, abbandonando la ribalta nell’istante stesso in cui scocca la scintilla del più importante scontro sociale degli ultimi anni. Con la designazione del suo successore, Emma Marcegaglia lascia il suo incarico all’alba di una riforma del lavoro lungamente inseguita proprio dalla stessa lobby industriale che ha presieduto per quattro anni. Arrivederci, dunque, a Emma la pasionaria delle riforme, Emma l’instancabile dispensatrice di appelli al governo, Emma la regina dell’acciaio, erede e guida di una della maggiori imprese italiane dell’industria pesante. Ma anche, e soprattutto, Emma leader degli industriali, prima donna di sempre a scalare il vertice della più importante associazione di categoria italiana.

Correva l’anno 2008, un momento cruciale. Silvio Berlusconi centrava l’ultima affermazione elettorale della sua storia, la Lehman Brothers si preparava a collassare di lì a qualche mese. Antonio Marcegaglia, fratello e co-amministratore delegato dell’azienda di famiglia, patteggiava 11 mesi di reclusione (con pena sospesa) per aver versato per sua stessa ammissione una tangente da 1 milione 158 mila euro al manager di Enipower Lorenzo Marzocchi per assicurarsi una fornitura di caldaie da 127 milioni nel dicembre 2003.

“Eccesso di burocrazia, di spesa pubblica, di pressione fiscale da una parte e scarsa produttività, insufficiente investimento in ricerca e formazione dall’altra, sono i problemi che solleviamo da tempo – affermava Emma nel suo discorso di insediamento – non possiamo perdere di vista le principali riforme istituzionali: più poteri al premier, nuova legge elettorale, superamento del bicameralismo perfetto”.

Parole chiare, che sembravano quasi un assist al neo esecutivo. Per qualche tempo si pensò perfino che tra governo e Confindustria potesse regnare l’armonia, quel sentimento impensabile fino a poco tempo prima quando a dominare la scena era stato il duo Montezemolo-Della Valle (memorabile lo scontro a viso aperto tra quest’ultimo e Silvio Berlusconi a Vicenza nel marzo 2006). Poi, la grande frattura.

La storia è nota, dalla progressiva disillusione allo smarcamento definitivo, fino all’incidente diplomatico rivelato dalle intercettazioni delle telefonate tra il vicedirettore de Il Giornale Nicola Porro e il portavoce della stessa Marcegaglia Rinaldo Arpisella. Per riportare la calma intervenne addirittura Fedele Confalonieri evitando così che la situazione precipitasse. Ma il rapporto era ormai compromesso.

Nella cronaca del quadriennio, che passerà anche alla storia per lo storico annuncio dell’addio a Confindustria da parte della Fiat, restano poi alcune uscite memorabili che hanno destato un certo imbarazzo sul fronte dei rapporti con la stampa, il mondo politico e quello del lavoro. Dall’infelice commento alla sentenza Thyssen – definita “un unicum in Europa, capace di allontanare gli investimenti esteri mettendo a repentaglio la sopravvivenza del sistema produttivo” – fino alle più recenti esternazioni sui sindacati accusati senza mezzi termini di proteggere “assenteisti cronici e ladri”. In mezzo, l’eccezionale uscita sul tema dei condoni che, sono parole dello scorso ottobre, “premiano i furbi e danno un messaggio sbagliato al Paese”. Una riflessione fatta a ragion veduta visto che nel 2002 era stata la stessa azienda di famiglia a ricorrere all’istituto del condono fiscale per un importo complessivo di quasi 10 milioni di euro.

La cronaca delle uscite da antologia non si ferma qui. Nel novero finiscono soprattutto gli attacchi alla piaga dell’evasione. “Occorre combattere l’evasione fiscale e con gli introiti ottenuti abbassare le tasse” dichiarava ancora qualche settimana fa la leader di Confindustria, amministratrice di un’impresa che le tasse, nel corso degli anni, ha saputo per così dire “ottimizzarle”. Una strategia perfettamente legale anche se moralmente discutibile, per altro diffusa tra tutte le grandi aziende europee, che nel caso particolare si è materializzata grazie alle holding di famiglia sparse tra l’Irlanda e il Lussemburgo dove la pressione, si sa, è decisamente più lieve. Nel 2009, la Sipac sa, la controllata della Marcegaglia Spa nel Granducato, realizzò da sola un utile netto di 24,3 milioni contro i 14,5 effettivi dell’intero gruppo. Come a dire che senza la generosità del sistema fiscale lussemburghese, l’azienda nel suo complesso avrebbe chiuso con il bilancio in rosso.