Il ministro delle Finanze greco, Evanghelos Venizelos, sarà l’unico candidato alla leadership del Pasok, il partito socialista greco del dimissionario George Papandreou. L’incoronazione è avvenuta da parte del Consiglio Nazionale del partito, visto che Venizelos è stato l’unico a ottenere il numero di firme richiesto dallo statuto del partito per correre alle elezioni di leader che si terranno domenica prossima. A questo punto una pura formalità. Un’eredità pesante per l’attuale ministro delle finanze non solo per il cattivo ricordo di Papandreou nell’opinione pubblica greca, ma soprattutto per le percentuali bassissime di gradimento del partito, circa l’8 per cento, record storico in negativo.

“Sono perfettamente consapevole della responsabilità che mi sto assumendo, ma questa responsabilità è collettiva e noi lavoreremo come una squadra”, ha detto Venizelos al discorso successivo alla nomina. Non meno roboanti le dichiarazioni rilasciate di ritorno dal vertice dei ministri delle finanze Ue a Bruxelles che ha dato il via libera ai 130 miliardi di euro di aiuti internazionali: “Non abbiamo solo evitato il default, abbiamo cambiato il modo stesso in cui ci guarda il mondo intero”. E poi ancora, “la crisi non è finita, la parola chiave adesso è lavoro, lavoro, lavoro”. Un discorso che deve aver convinto i compagni di partito, compresi tutti i dirigenti di primo piano del Pasok. Tra di essi, Theodoros Pangalos, vice premier del governo di Papadimos, Anna Diamantopoulou, ministro della Pubblica Istruzione, e Michalis Chissochidis, ministro per la Protezione del Cittadino.

Una cosa è certa, Venizelos in Grecia non è certo l’espressione del “nuovo che avanza”. In politica (nazionale) dal 1993, è stato eletto al parlamento ben sei volte in vent’anni, compresi tutti i crolli di governo. E’ stato nell’ordine ministro per la stampa e i media (8 luglio 1994 – 15 settembre 1995), ministro per i trasporti e le comunicazioni (15 settembre 1995 – 22 gennaio 1996), ministro della giustizia (22 gennaio 1996 – 5 settembre 1996), ministro per la cultura (25 settembre 1996 – 19 febbraio 1999), ministro allo sviluppo (19 gennaio 1999 – 13 aprile 2000) e ministro della cultura (21 novembre 2000 – 10 marzo 2004). Dal 17 giugno 2011 è ministro delle finanze, forse la poltrona più calda delle tante ricoperte nella sua carriera politica. Per quanto riguarda il suo partito, aveva già cercato di scalarlo nel 2007, quando fu però sconfitto proprio da George Papandreou, figlio a sua volta di Andreas Papandreou, che il partito lo fondò nel 1974. Insomma, Venizelos tutti questi anni di corruzione e conti truccati della politica greca li ha visti proprio da vicino.

Di sicuro il compito che si prefigge oggi non è certo facile. Il Pasok, che fino a due anni fa era il più grande dell’area del centrosinistra europeo (43,9 per cento alle politiche del 2009), oggi si aggira attorno a un misero 8-9 per cento. Un tracollo dovuto in parte alle scelte discutibili di politica interna di Georgios Papandreou in piena crisi e in parte alle misure di austerità approvate negli ultimi mesi proprio dal partito socialista, della cui ala più intransigente fa parte proprio Venizelos. I diktat della Troika (Ue, Bce e Fmi) sono stati infatti applicati alla lettera dal governo socialista, in tema di tagli e liberalizzazioni. Chi non era d’accordo è uscito dal partito senza rimpianti per il suo zoccolo duro.

Sta di fatto che alle prossime elezioni nazionali, previste per il il 6 o il 13 maggio, è data quasi per scontata la vittoria dell’altro grande partito del Paese, la Nea Dimokratia (Nuova Democrazia) del conservatore Antonis Samaras, che in questi mesi ha potuto permettersi il lusso di giocare all’opposizione comoda e criticare tutte le misure di austerità del governo. Eppure, secondo i sondaggi, percentuali non indifferenti di voti non andrebbero né all’uno né all’altro dei due grandi partiti, bensì si perderebbero in una moltitudine di partitini e indipendenti nazionalisti ed euroscettici. Una cosa è certa: Venizelos e Samaras si sfideranno in elezioni che il resto d’Europa avrebbe preferito non vedere, almeno non così vicino. A Bruxelles lo pensano in molti, e qualcuno lo dice pure, come il ministro Wolfgang Schauble, secondo il quale andare alle urne adesso si tratta di un errore bello e buono. Staremo a vedere.