Adesso è ufficiale, per Wall Street la crisi è davvero finita. Perché la ripresa americana è ancora lenta e i problemi che hanno generato il peggior tracollo dal 1929 ad oggi sono largamente irrisolti, ma i dati, quelli di borsa per lo meno, raccontano pur sempre un’altra storia. Nella giornata di ieri, il Dow Jones ha guadagnato 110,35 punti portandosi a quota 13.070, il livello di chiusura più elevato dal dicembre 2007. Come a dire che la capitalizzazione delle principali società quotate statunitensi è tornata ormai ai livelli precedenti al crack Lehman. Quando la crisi non era ancora conclamata.

La ripresa borsistica americana è ovviamente generale: lo S&P 500 viaggia anch’esso ai livelli pre crisi, il Nasdaq addirittura a quelli pre 11 settembre. Ma il bello è che l’effetto ottimismo ha contagiato da qualche tempo anche l’Europa: ieri l’indice continentale FTSE Eurofirst 300 ha raggiunto i livelli di luglio, così come il Ftse 100 della borsa di Londra, tornato anch’esso alle quote estive. Allargando l’orizzonte emergono dati ancora più interessanti: il Ftse londinese, che oggi viaggia a circa 5.900 punti si avvicina ormai ai livelli del maggio 2008 (6300) ed è lontanissimo dai 3.530 toccati il 2 marzo 2009, il giorno del picco negativo. All’epoca il Dow Jones valeva all’incirca il 50% in meno rispetto ad oggi mentre Piazza Affari, con meno di 13 mila punti, centrava il suo record negativo. Oggi, dopo molto tempo, la borsa Italiana ha superato per un po’ anche i 17.000 punti, lontana dai 22mila di maggio ma anche dai 13.900 registrati più volte nei mesi autunnali. Nel suo piccolo, insomma, anche Milano sta vivendo la sua ripresa.

Il momento “bullish”, come si dice in questi casi, è evidente, soprattutto limitando l’osservazione al 2012. Nell’anno nuovo Londra ha guadagnato il 6,7%, New York l’8, Milano l’11,7, Parigi quasi il 13, Francoforte addirittura il 20%. Un’impennata per cui esisterebbero almeno due diversi tipi di cause. “La prima è monetaria – spiega oggi un analista di mercato – ed è ovviamente riferita alle maxi iniezioni di liquidità in Europa e negli Usa, dove si scommette sulla terza iniziativa del genere dopo le due precedenti. La seconda è invece macroeconomica: la fotografia dell’economia mondiale è brutta ma a ben vedere non così brutta come tre mesi fa”.

Insomma, il 2012 resta un anno difficile ma qualche miglioramento è già evidente a cominciare dalla crisi debitoria europea che, al momento, sembra in via di normalizzazione. E qui veniamo al maxi intervento Bce e alle sue conseguenze dirette. In primo luogo la caduta dei rendimenti dei titoli di Stato, in secondo la crescita degli investimenti nel settore privato alla base, quindi, del rally della borsa. “Lo schema è più o meno questo – prosegue l’analista – le banche investono nei bond sovrani e così facendo ne abbassano i rendimenti. A quel punto gli investimenti perdono di appeal e allora si cercano nuove strade. Tanto più che questa liquidità deve pur trovare un qualche sbocco nel mercato”. In definitiva, più si abbassa lo spread, maggiore diventa l’opportunità di diversificare investendo nel settore privato specialmente se in quest’ultimo si inizia a nutrire maggiore fiducia. Quest’anno, ha riferito il Financial Times, le grandi imprese private non finanziarie hanno già piazzato sul mercato 386 miliardi di dollari in obbligazioni superando il livello raggiunto nello stesso periodo del 2009. Lunedì, la major italiana Luxottica ha collocato bond per mezzo miliardo di euro. Le richieste sono state pari a 9 miliardi, 18 volte tanto.

Ma alla fiducia nella ripresa e nella redditività dei titoli si accompagna però un dato di fatto piuttosto evidente: se le borse crescono l’economia reale resta ferma o va incontro ad una contrazione. L’Europa è in sostanziale stagnazione, l’Italia vivrà un anno di recessione conclamata. Ma allora, ci si chiede, quand’è che il rally delle borse porterà i suoi effetti sul sistema economico nel suo complesso? Ancora non si sa, anche se la teoria suggerisce che un prolungato rialzo degli scambi debba per forza avere ricadute positive. Il problema però è che ad alimentare la buona disposizione degli investitori c’è la consapevolezza di un mercato ancora ribassato oltre che della rinnovata competitività che molte imprese hanno riacquistato nell’unico modo possibile: tagliando i costi, cioè licenziando. Un rilancio che ha creato disoccupazione, deprimendo crescita e consumi. Un apparente paradosso che potrebbe risolversi prossimamente se, come si spera, le più scontate teorie di riequilibrio economico dovessero trovare una dimostrazione concreta.