I candidati alle primarie repubblicane Usa

Primarie repubblicane in dieci Stati, 419 delegati in palio. Sarà il bottino politico del Super Tuesday di domani, da cui i repubblicani sperano di uscire con il candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Si vota in alcuni degli Stati cuore del potere repubblicano e conservatore: Ohio, Georgia, Tennessee, Virginia, Oklahoma, Idaho, North Dakota. Si vota per assegnare più di un terzo dei delegati necessari per assicurarsi la nomination (il numero magico è 1144). Si vota, soprattutto, per mettere fine a una campagna elettorale che ha diviso come non mai il partito repubblicano, ne ha esaurito risorse finanziarie e credibilità politica, ridando slancio a un presidente, Barack Obama, che pareva a corto di prospettive e consensi.

L’Ohio è il centro della battaglia repubblicana. Questo angolo di Midwest è da sempre un battleground state, uno Stato che repubblicani e democratici devono assolutamente vincere se vogliono conquistare la Casa Bianca. Ma l’Ohio, con il suo mix di città e campagne, di high-tech e di vecchia industria pesante, di università e chiese, di sobborghi bianchi, ricchi, e di villaggi devastati da povertà e criminalità, è un microcosmo perfetto del più vasto continente americano. Chi riesce ad aggiudicarsi le primarie qui ha buone possibilità di diventare il candidato del partito alle elezioni generali.

Per questo Mitt Romney e Rick Santorum hanno concentrato in Ohio risorse finanziarie e macchina organizzativa (Gingrich ha preferito invece dedicarsi al Sud – in particolare alla Georgia – mentre Ron Paul ha fatto campagna in Idaho). Da settimane Romney e Santorum percorrono le immense pianure dello Stato, battute da neve, vento, tornadi, visitando i grandi centri – Cleveland, Colombus, Cincinnati, Dayton – e i più piccoli villaggi agricoli. Possibilità e prospettive di Romney e Santorum, impegnati in uno scontro nutrito di accuse e insulti personali, sono state riassunte molto bene da un conoscitore profondo del partito repubblicano, Karl Rove: “Romney può permettersi una sconfitta di stretta misura in Ohio, se vince una solida maggioranza di delegati negli altri Stati del Super Tuesday – ha scritto l’ex-stratega di George Bush – La candidatura di Santorum è realisticamente finita se perde in Ohio”.

Abbiamo assistito a un comizio di Romney in un hangar di Beavercreek, sobborgo di Dayton. Le centinaia di persone accorse all’evento, militanti ma anche molti indipendenti in cerca di un candidato, dimostrano che l’ex-governatore del Massachusetts è in risalita nei consensi (l’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos dà Romney e Santorum alla pari in Ohio, con il 32 per cento dei voti). “Mitt è l’uomo giusto per il Paese. Saprà come rimettere in moto l’economia”, ci ha detto Sarah Sounders, da sempre elettrice repubblicana. L’economia è del resto la ragione principale che ha condotto molti in questo vecchio hangar. Non a caso Romney, per tutto il suo discorso, ha giocato il ruolo dell’uomo d’affari, estraneo alla politica di Washington. “Abbiamo bisogno di un presidente che conosca l’economia, per mettere a posto l’economia”, ha detto.

Per tutta l’ora del comizio (organizzato nella forma del town hall, con domande dei cittadini), Romney non ha mai citato Santorum e gli altri sfidanti: una strategia altre volte usata, per comunicare certezza e inevitabilità della propria candidatura. Tutta la retorica di Romney è stata piuttosto indirizzata verso Barack Obama, accusato di aver disatteso la promessa elettorale di dimezzare il deficit, di non aver firmato un solo trattato commerciale con l’estero, di aver alzato le tasse alla classe media. “Non appena eletto, cancellerò la sanità di Obama” ha detto Romney, aggiungendo di voler mettere mano anche alla riforma di Wall Street, “che oppone troppi lacci e impedimenti alla libera impresa”. La proposta di una politica energetica ancora fondata sul petrolio, con la costruzione della Keystone Pipeline, è stata accolta con entusiasmo dalla folla dei militanti, per nulla convinti dalle promesse sovvenzioni di Obama al settore delle energie alternative.

Mentre Romney parlava in Ohio, a Washington i big del partito repubblicano prendevano posizione sempre più aperta a suo favore. Nel giro di poche ore Romney ha incassato l’appoggio pubblico di Eric Cantor, capogruppo repubblicano alla Camera, e del senatore Tom Coburn. Non è del resto un mistero che la dirigenza del GOP cerchi una soluzione veloce a uno scontro che rischia davvero di spaccare il partito e dare un vantaggio incolmabile a Barack Obama (le polemiche tra i candidat su immigrazione e contraccezione hanno già spostato a favore dei democratici settori importanti del voto ispanico e femminile). Leonard Curry, chairman dei repubblicani della Florida, ha detto: “Vorrei che la situazione si risolvesse per ragioni puramente pratiche. Noi stiamo spendendo soldi. Il team di Obama, no”. E per Peter King, deputato repubblicano di New York, “queste primarie sono andate avanti troppo. Il partito si sta raccogliendo attorno a Romney”.

Rick Santorum lo sa, e ancora in queste ore gira vorticosamente l’Ohio. Il suo appello va, come sempre, a conservatori, religiosi, membri del Tea Party. “Non fatevi convincere che un centrista moderato sia il candidato più giusto per la nomination. Reagan e Bush non erano moderati. Non lo sono nemmeno io”, ha detto Santorum sabato sera a una cena di raccolta fondi a Bowling Green, altro centro perso nelle immense pianure dell’Ohio. Un aereo l’ha portato per qualche ora in Tennessee e Georgia. E poi ancora, domenica sera, in Ohio, per cercare di strappare lo Stato politicamente decisivo e mantenere viva la sua candidatura.