L'avvocato-deputato del Pdl Maurizio Paniz

Questa volta gliela perdoneranno malvolentieri i bellunesi a Maurizio Paniz. Forse non pensava neanche lui, diplomatico per atteggiamento, ma non per carattere, che la denuncia potesse arrivare alla chiusura del sito internet vajont.info, il muro del pianto costruito nel ricordo di un genocidio senza precedenti. Quello chiamato Vajont, appunto. “Si tratta dell’ennesimo sito civetta di un signore che ha continuato a diffamare per anni gli ex sindaci di Longarone, Gioacchino Bratti e Pier Luigi De Cesaro e successivamente anche il loro legale, cioè il sottoscritto. Finalmente, a fronte di tante sentenze e tanti tentativi, il giudice ha deciso di inibire ai provider di ospitarlo”, ha detto l’avvocato. Per poi precisare: “Ho denunciato l’autore, non ho chiesto la chiusura del sito”.

Se è per questo il sito – e diventa difficile credere che nessuno lo abbia chiesto al gip – non è già più accessibile. Oscurato. E non solo per la frase che riguardava Paniz e il collega parlamentare Domenico Scilipoti, ma per tutto quello che il sito rappresenta, cioè fotografie, interviste e rappresentazioni teatrali, come quella tenuta a febbraio dai ragazzi di uno dei paesi della comunità ancora sconvolta dal ricordo del disastro. La rappresentazione “Chi si ricorda del Vajont?”, era basata sul film del 2001 del regista di Renzo Martinelli e sul monologo teatrale del 1997 dell’autore Marco Paolini. No, forse questa volta Paniz non ha molto da esultare, anche perché tocca in maniera sbagliata le corde di coloro che poi dovrebbero andare a eleggerlo.

Strano, perché in queste cose Paniz difficilmente sbaglia. Non è un caso che per un periodo Silvio Berlusconi, tutte le volte che lo sentiva in tivvù, andava in brodo di giuggiole. Più di una volta lo avrebbe voluto capo del suo collegio di avvocati, ma Paniz, 62 anni, juventino e presidente del club bianconero alla Camera, ex alpino, ex presidente del Rotary, ex povero figlio di contadini, ha avuto la sfortuna di vedere la sua stella all’apice mentre quella del Cavaliere spariva all’orizzonte. Gli è mancato solo di sintonizzarsi nel fuso orario giusto, ce lo saremmo trovato ministro della giustizia, o giù di lì.

Anche i suoi detrattori, e non ce ne sono pochi in giro, dicono che ne abbia sbagliate veramente poche in vita sua, perché non è tipo da dire o con me o contro di me. Magari lo pensa, ma con un sorriso e un finto distacco smorza qualsiasi pensiero pericoloso.

Se non hai pelo sullo stomaco, non puoi da una scrivania e una segretaria malpagata arrivare a costruire un palazzo con 40 persone, tra avvocati e praticanti, pronti a scattare in piedi appena varchi la porta e un 740 che fa essere l’avvocato, con oltre un milione e mezzo di euro, nella classifica dei paperoni del Parlamento.

No, serve tutto, per arrivarci. Voglia smisurata di prestigio e danaro, preparazione. E soprattutto serve non dimenticare da dove arrivi. E questa volta, invece, pare che il navigatore satellitare lo abbia portato fuori rotta. Quello che ha fatto vuol dire, non solo in maniera metaforica, tentare di cancellare la memoria. Memoria drammatica, tragica, ma che sta lì, insieme alle croci dei quasi duemila morti (1910, dicono, ma è un dato che manca di certezza) al cimitero che si trova alle porte di Longarone.

Tutto nelle valli del Bellunese riporta alla memoria di quel 9 ottobre 1963, quando la frana staccatasi dalla montagna scivolò nel bacino della diga e scatenò l’inferno. I genitori lo hanno raccontato ai figli, i nonni ai nipoti. È l’immagine che ti segna una vita. Duemila morti, tutti parenti, amici. Amici degli amici. Gli occhi che hanno visto si portano le immagini di una guerra combattuta ad armi impari.

Difficile che questa volta se la cavi con un sorriso, l’avvocato Paniz. L’ha fatta più grossa di quello che avrebbe dovuto. Già non ha mai entusiasmato i bellunesi, forse anche per invidia. L’uomo, dal niente, si è costruito una fortuna. Un self-made man, come dicono gli anglofoni. Ma per arrivare a tanto, di piedi ne ha dovuti pestare. Bravo, in aula, lo è sempre stato. Suggestivo più che giuridicamente impeccabile. Pronto a tirare fuori dalla manica, rigorosamente allacciata da gemelli in oro, l’asso che non ti aspetti. Come quando per Berlusconi ha cercato di stravolgere ogni linea difensiva ufficiale, quella di Longo e Ghedini e ha candidamente ripetuto che sì, il presidente era davvero convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak.

Non ci ha creduto nessuno. Si è rassegnato anche Berlusconi alla fine. Così come nessuno, questa volta, crederà al fatto che non abbia piacere nel vedere quel sito oscurato. Una medaglia professionale, probabilmente, a discapito di un’umanizzazione che forse, per una volta, era necessaria.