Editori in crisi? Non tutti. Sta crescendo il movimento internazionale di scienziati per boicottare il gigante olandese dell’editoria scientifica Elsevier, di proprietà dell’anglo-olandese Reed Elsevier. Dopo poco più di dieci giorni che il movimento è iniziato, oltre 3000 scienziati hanno firmato la petizione “Il costo della conoscenza”, nella quale chiedono esplicitamente di non sostenere più nessuna rivista dell’azienda. Cosa significa? Non pubblicare sui loro giornali, non usarli per le ricerche, non fare riferimento agli studi pubblicati dal gruppo, né svolgere alcun tipo di lavoro editoriale per la Elsevier (le riviste scientifiche hanno bisogno di comitati editoriali di studiosi e scienziati che vaglino i lavori, ne assicurino lo standard e li rileggano per eventuali emendamenti).

Fra i firmatari vi sono diversi “Fields Medal”, cioè matematici che hanno ricevuto il Premio internazionale per le migliori scoperte nella disciplina, un riconoscimento che viene dato a un massimo di quattro matematici di meno di 40 anni durante il congresso internazionale dell’Unione mondiale dei matematici, che si tiene ogni 4 anni.

Ma cosa criticano alla Elsevier? Innanzi tutto il prezzo esorbitante delle riviste, che vanno dai 161 euro di Alter, una rivista di medicina sulle disabilità, ai 4665 euro di Acta Astronautica, che tratta argomenti di ingegneria, energia e tecnologia. La media dei prezzi fra le prime 5 riviste (in ordine alfabetico) distribuite in Europa è di 1120 euro per 4 numeri annuali. Questo è il prezzo per gli agenti librari, che hanno un margine di sconto. Ma Elsevier pubblica anche BBA- Biochimica et Biophysica Acta, che include 9 riviste, 100 numeri annuali in tutto, che in Europa e in Iran costa 18.710 euro, cioè una media di ben 187,1 euro a copia e 748,4 euro l’anno per l’abbonamento al trimestrale. E sì che l’azienda dichiara di “finanziare programmi globali che danno libero accesso alla scienza o a basso costo e sana informazione nei paesi in via di sviluppo”. Dati i prezzi, quasi esclusivamente le biblioteche e le istituzioni possono permettersi l’abbonamento ai giornali Elsevier, che domina il mercato con oltre 2000 riviste in tutti i rami della tecnica e delle scienze, anche umanistiche, e circa 20.000 libri e lavori di consultazione, dando lavoro a oltre 7000 persone in 24 paesi con una comunità di 7000 editori, 70.000 membri di comitati scientifici, 300.000 recensori e 600.000 autori. Il margine di profitto? Secondo la relazione annuale dell’azienda, che è stata pubblicata anche da Science Magazine, nel 2010, in piena crisi, è stato del 36%.

Ma non è tutto qui. Gli scienziati rimproverano alla casa editrice di vendere le riviste solo in grandi pacchetti, così che le biblioteche devono comprare obbligatoriamente anche titoli ai quali non sono interessati. Ovviamente ne fanno le spese non solo i compratori, ma anche le case editrici minori, che hanno una distribuzione più limitata. Gli rimproverano anche di sostenere misure quali il Sopa, il Pipa e il Research Works Act, che mirano sostanzialmente a frenare il libero scambio di informazioni, limitando l’accesso online ai dati delle ricerche e degli studi fatti con finanziamenti pubblici. Il Research Works Act, che è stato approvato dal Congresso americano nel dicembre 2011, è sostenuto dall’Associazione degli editori americani.

Il gruppo “Il costo della conoscenza” è stato creato dallo scienziato “Field Medals” Timothy Gowers, matematico dell’Università di Cambridge che nel post “Elsevier – la mia parte nella sua caduta”, pubblicato sul suo blog, ha dichiarato di boicottare la Elsevier da molti anni. La petizione non è solo un attacco alla casa editrice, ma è un tentativo di mostrare alla comunità scientifica che si può cambiare il modo di pubblicare in modo da favorire l’accesso agli studi.

Al dibattito internazionale stanno partecipando Forbes, che esalta il modello di business dell’azienda ma dice che è pericoloso seguirlo in modo “così ingiusto”, il Chronicle of Higher Education, la rivista principe degli accademici americani perché pubblica tutti i posti di lavoro nei paesi di lingua inglese, ed esperti universitari di comunicazione scientifica, che non sempre si trovano d’accordo con tutti i punti delle rivendicazioni.

Già nel 2005 però The Lancet, un prestigiosa rivista britannica di medicina, ha criticato Reed Elsevier per il suo coinvolgimento nell’organizzazione di fiere per la compravendita di armi militari, un’accusa alla quale il portavoce dell’azienda ha risposto che “l’industria della difesa è centrale per preservare la libertà e la sicurezza nazionale”. Editoria scientifica, soldi e armi: un intreccio che definire inquietante è poco.