Ha emesso sentenze, ha continuato a esercitare come se nulla fosse. Ha inflitto una condanna a un maxi risarcimento da 250mila euro per diffamazione a favore della Diocesi di Siena, dell’arcivescovo Antonio Buoncristiani e dell’economo della Curia Giuseppe Acampa che Raffaele Ascheri, professore e autore del libro “La casta di Siena”, avrebbe dovuto pagare all’istante. Peccato che il giudice in questione, Giuseppe Cavoto, del Tribunale civile, quando ha pronunciato la sentenza fosse già in pensione. E da un pezzo.

E’ quanto denuncia in un esposto, carte alla mano, il legale di Ascheri, condannato in primo grado dal giudice a riposo. “Vogliamo chiarire un fatto senza precedenti, una sentenza che la Corte d’Appello di Firenze ha dichiarato nulla”, spiega, proprio su queste basi. “Cavoto – scrivono infatti i giudici di secondo grado – risulta uscito dall’ordine giudiziario il 18 maggio 2010”. Mentre la condanna per il docente-scrittore è arrivata molti mesi dopo, il 28 gennaio 2011.

Ma c’è di più. Ci sono altre anomalie, sollevate nell’esposto dell’avvocato Luigi De Mossi. L’autore del libro aveva citato, nel volume oggetto della contestazione, un processo per un incendio doloso alla Curia di Siena e per il quale Acampa era finito nei guai. Acampa successivamente verrà scagionato da ogni accusa. Fin qui nulla di strano. Prima dell’assoluzione del sacerdote, però, il giudice condanna l’autore affermando che “il processo penale a carico di don Acampa si è concluso in data 14 gennaio 2009 con sentenza di assoluzione da entrambi i reati con la formula più ampia e cioè perché il fatto non sussiste”. Ma le date non tornano: il processo per Acampa si chiude solo il 19 luglio 2011 (e tra l’altro le motivazioni ancora, a distanza di mesi, non sono state depositate) e la condanna per Ascheri arriva prima, il 28 gennaio 2011. “Come poteva sapere in anticipo, il giudice – si chiede Ascheri – che Acampa sei mesi dopo sarebbe stato assolto e su queste basi ritenere diffamatorie le affermazioni di un’indagine in corso?”

Il suo legale ha presentato l’esposto sottolineando una lunga lista di “stranezze”. Che ci fosse qualcosa che non tornava dopotutto se ne sono accorti anche i giudici d’Appello, nei giorni scorsi, quando hanno scoperto che, ai passaggi già piuttosto singolari (“la profetica sentenza” come la definisce Ascheri stesso) si somma il fatto che il giudice l’ha pronunciata mentre era in pensione.

E’ partita quindi la corsa agli accertamenti anche da parte di altri legali del foro di Siena, e non solo, che stanno rispolverando vecchi casi, verificando se le condanne inflitte ai loro assistiti sono avvenute in quel lasso di tempo e valutando l’ipotesi di fare ricorso. Da sottolineare infine un’altra “anomalia”, a dire del legale: il risarcimento – per il quale è stata accolta la sospensiva in attesa che sia stabilito se istruire nuovamente il processo in primo grado – è “una cifra senza precedenti”. Si tratta di 90mila euro per Acampa, 70mila per Buoncristiani e 50mila per la Curia. Somma alla quale, come se non bastasse, vanno aggiunte 30mila euro di spese processuali. “Disponendo di ben pochi beni di proprietà, e guadagnando 1400 euro circa al mese – scrisse Ascheri il giorno dopo la condanna – ringrazio il giudice che, evidentemente, mi reputa capace di un’attività lavorativa di ancora un’ottantina d’anni”. Intanto l’esposto sulla sentenza sarebbe stato trasmesso in procura a Genova, competente per le questioni relative a giudici e magistrati.