A volte capita d’inciampare in storie di mafia che rassomigliano un po’ alla vita normale. Storie che escono dal rigore criminale dell’onore, rientrando nel più classico copione da commedia all’italiana: lui, lei, l’altro. Ma con qualche lieve differenza. In fondo sempre di mafia si tratta. Meglio: di ‘ndrangheta, l’organizzazione più forte, più ricca e soprattutto la più capace a stare in equilibrio tra modernità e tradizioni arcaiche. E questa storia compete all’arcaico, vale a dire alle regole, a quello che non si può fare, a ciò che bisogna rispettare.

Si diceva: lei, lui e l’altro. Come al cinema, così nella vita. Perché in fondo anche i padrini ne hanno una. E in questa vita un tipo tosto come Giuseppe Flachi, boss di prima grandezza delle cosche milanesi e governatore in pectore della Comasina, ha deciso di sparigliare in fatto di sentimenti scegliendo la sorella di sua moglie, vedova di un marito ammazzato e alla cui esecuzione partecipò lo stesso boss.

Flachi dal canto suo nega la liaison. Non sono dello stesso avviso i Ros di Milano che in un’informativa agli atti dell’indagine Caposaldo dello scorso anno scrivono: “I fatti riscontrati dimostravano invece che tra i due non esisteva solo un vincolo di parentela”. E i fatti in questione riguardano l’ultimo arresto del padrino avvenuto il 14 marzo 2011, quando i carabinieri si presentano all’alba in un appartamento della Comasina. Quella non è la residenza di don Pepè Flachi. Lui apre in ciabatte e vestaglia. In fondo alla casa il letto disfatto. Di lato sulla poltroncina gli abiti del capo-mafia. Sotto le coperte Antonella Tenace. Lei è la sorella di Licia che con Giuseppe Flachi si sposa il primo luglio 1987 dopo un ricevimento da mille e una notte tra le tovaglie bianche e i bicchieri di cristallo del Griso, ristorante con piscina nel Lecchese. Matrimonio d’amore e d’interesse.

In quell’anno si sancisce la grande alleanza tra Flachi e Franco Coco Trovato, il numero due della ‘ndrangheta lombarda. Ma per un sodalizio che nasce, un altro va a morire ed è quello con la vecchia “batteria” di don Pepè. Capita sempre ai tavoli del Griso, quando Michele Raduano antico compare di Flachi insulta Franco Coco. Una brutta lite che finisce per i lotti popolari della Comasina: Trovato e Flachi in smoking a bordo di una Ferrari e l’altro in fuga. Raduano non muore quel giorno, ma nel 1989, quando gli sbirri lo trovano crivellato di colpi a bordo della sua macchina in via Spezia.

Ventiquattro anni dopo molto, ma non tutto è cambiato. Coco Trovato studia giurisprudenza al 41 bis di Ascoli, mentre i suoi uomini comandano ancora buona parte di Milano. Don Pepè, smessa la giacca a quadrettoni e indossato il piumino all’ultima moda, dopo che nel 2009 ha ottenuto i domiciliari, prosegue a fare il boss con una passione in più: il tradimento (amoroso, naturalmente).

E che il legame con Antonella Tenace vada oltre “il vincolo di parentela” lo dimostra la reazione della stessa donna quando il marzo scorso i carabinieri si presentano in via Spadini. Ecco cosa annota il luogotenente Romeo Tenuta nel suo rapporto: “Quando Antonella Tenace veniva invitata ad alzarsi dal letto e consegnare i suoi documenti di identità, si scagliava con foga nei confronti degli operanti, manifestando contrarietà per l’accaduto e chiedendo con insistenza il motivo della nostra presenza. Lo scrivente prima, ed in seguito anche Flachi, provvedevano con tono forte da parte di quest’ultimo a rabbonire la donna”.

Ma chi è veramente Antonella Tenace? Perché tanta foga nel difendere l’uomo che il 18 settembre 1990 contribuì all’omicidio di suo marito Luigi Batti detto Ciro? Batti, infatti, è la prima vittima di una faida che in pochi mesi collezionerà 17 morti. Milano si scopre sotto assedio. Da una parte Trovato e Flachi, dall’altra la famiglia Batti, napoletani legati alla Nco di Raffaele Cutolo. Tutto nasce per la droga. Dopo la cerimonia al Griso don Pepè e Franco Coco sono diventati i primi della classe. Gli altri, Batti compresi, per sopravvivere si devono adeguare. Il calcolo però non torna a Salvatore Batti che fa la pensata della vita: uccidere Franco Coco Trovato. Ci prova il 15 settembre a Bresso. Individua l’obiettivo: una porsche nera. Quel giorno, però, il boss non c’è. Batti spara lo stesso, ammazzando due cittadini innocenti: Pietro Carpita e Luigi Recalcati. Quattro giorni dopo arriva la risposta: il marito di Antonella Tenace viene ucciso. Come, lo racconta il pentito Salvatore manomozza Annacondia: “Flachi mandò a chiamare Ciro Batti, che era suo cognato in quanto conviveva con la sorella di Licia Tenace, moglie di Flachi”. L’incontro avviene vicino a uno sfasciacarrozze. “Flachi disse chiaro che Salvatore aveva tentato di uccidere Coco, ma Ciro insisteva a negare che ciò fosse vero. A quel punto, Coco si era imbestialito e gli aveva esploso un colpo di pistola alla testa”. Dopodiché lo stesso Trovato “mi descrisse come Ciro lo aveva fatto imbestialire con quel suo doppio taglio di capelli”. Alla fine il corpo di Luigi Batti viene messo dentro un’auto poi “ridotta a scatoletta”.

E nonostante tutto questo, undici anni dopo ritroviamo Antonella Tenace in piedi all’alba a tirar pugni e urlare contro gli “sbirrazzi” che vogliono arrestare l’uomo che con la scusa della parentela portò Luigi Batti davanti al suo killer. Eppure, la mattina del 14 marzo 2011 don Pepè minimizza. Nessuna relazione sentimentale con quella donna dai capelli biondi e dallo sguardo duro. E davanti ai carabinieri prova l’ultima sortita. Indica il divano. Dice di aver dormito lì. Laconica la conclusione dell’annotazione dei Ros: “Si dà atto che il divano letto sito nella sala da pranzo non era per niente disfatto e non vi erano presenti segni, oggetti, cuscini, coperte ecc.., che potesse far pensare che una persona vi avesse dormito sopra”.