Proteste ad Atene contro le misure di austerity

Le trattative tra la Grecia e i suoi creditori non si fermano e all’orizzonte si inizia a intravedere la tanto attesa parole “fine” alla colossale operazione di ristrutturazione debitoria. “Si stanno concretizzando gli elementi per un coinvolgimento senza precedenti del settore privato” ha dichiarato in via ufficiale Charles Dallara, il capo dei negoziatori del fronte “private”, quell’insieme di creditori chiamati ad accettare una perdita sulle obbligazioni elleniche in loro possesso. “Sono fiducioso sul fatto che i negoziati si possano concludere presto, preferibilmente questa settimana” ha affermato oggi il commissario europeo agli Affari economici Olli Rehn lanciando un importante segnale di fiducia ai mercati che, dal canto loro, hanno risposto positivamente evidenziando performance positive nel corso della giornata.

L’intesa tra Atene e i creditori pareva ormai alle porte già venerdì. Perdita effettiva compresa tra il 65 e il 70% e sostituzione dei bond insolventi con nuove obbligazioni a lungo termine. Il sì definitivo era atteso per il weekend, ma le speranze sono venute meno in seguito. L’ultimo nodo da risolvere riguarda i rendimenti accordati sui nuovi titoli: i creditori puntano a un più convincente 4,5% mentre l’offerta, a quanto pare, si aggirerebbe sul 3%. I creditori privati coinvolti nella trattativa, che detengono obbligazioni per 206 miliardi già destinate a essere svalutate del 50%, non vogliono cedere e di fronte all’intransigenza della Troika e per questo hanno alzato la voce. Dopo un weekend di riflessione, costellato comunque da intensi colloqui telefonici, è arrivata questa mattina la perentoria dichiarazione del capo negoziatore Charles Dallara che, interpellato dalla televisione greca, ha definito la proposta delle banche “la miglior offerta possibile”. Come a dire, in sostanza, che nessun investitore sarebbe disposto ad accettare ulteriori perdite.

In attesa di una soluzione, la Grecia sa comunque di dover fare i conti con due punti fermi. In primo luogo c’è la celebre scadenza del 20 marzo. Quel giorno, come detto, la Grecia dovrà rimborsare un debito da 14,5 miliardi ma in cassa, per ora, ce ne sono solo 11. L’ammontare necessario dovrebbe arrivare dal Fmi ma il prestito resta congelato in attesa di un accordo con i creditori. Niente intesa, dunque, niente denaro. Ovvero bancarotta conclamata, liquidazione dei Credit default swaps (che costerebbe oltre 3,5 miliardi ai loro emittenti, principalmente banche Usa) e clamoroso contraccolpo sull’euro. Insomma, una prospettiva da evitare a tutti i costi che comunque, a quanto sembra, dovrebbe essere quasi certamente scongiurata.

La seconda certezza, invece, consiste nella sostanziale incapacità di intervenire direttamente nella trattativa. A ritardare l’accordo con i creditori, infatti, non è stata certo Atene quanto piuttosto la Troika stessa. La Grecia, in altre parole, è pienamente commissariata. Bce, Ue e Fondo monetario ne controllano il destino. Il ministro delle finanze Evangelos Venizelos e il premier Lucas Papademos possono lanciare proclami ed esprimere opinion. Ma non hanno alcun potere decisionale e ne sono pienamente consapevoli.

Sulla strada verso la conclusione del negoziato c’è ancora la resistenza espressa dalla posizione della Bce. L’Eurotower resta il principale singolo creditore di Atene con 55 miliardi di euro di bond ellenici acquistati sul mercato e oggi esclusi dal programma di ristrutturazione. In sostanza, nonostante abbia chiesto ai privati di rinunciare a metà del loro credito, la Bce non è sarebbe disposta a perdere un solo centesimo di quanto investito. Di fronte al rischio concreto di un default conclamato, è comunque quasi inevitabile che si arrivi prima o poi a una sorta di compromesso. Ieri fonti anonime citate dal New York Times hanno ipotizzato un prestito ad hoc della Bce alla Grecia che consenta al Paese di riacquistare i propri titoli risolvendo così la situazione. Atene per ora tace, e in silenzio attende speranzosa buone notizie. Al momento non può fare nulla di diverso.