In uno dei momenti più difficili della sua storia, l’Unione Europea incassa una iniezione di entusiasmo. I croati hanno votato a favore dell’ingresso nell’Unione, con una percentuale che non lascia spazio a dubbi: 66 per cento di sì contro 33 per cento di no. Neo del referendum di domenica, la bassa partecipazione: solo il 44 per cento degli aventi diritto si è preso la briga di andare al seggio, nonostante l’importanza della questione, la più rilevante per il futuro del paese dalla decisione di uscire dalla Federazione jugoslava, nel 1991.

Ci sono voluti sei anni di negoziati tra il governo di Zagabria e Bruxelles, prima del via libera delle istituzioni comunitarie e dei governi dei paesi membri. L’accordo di ingresso deve ora essere ratificato dai 27 paesi membri e poi, da luglio del 2013, la Croazia sarà il 28esimo stato dell’Unione, con 12 seggi nel parlamento europeo e sette voti nel Consiglio.

Un’accelerazione della campagna per l’adesione all’Ue si è avuta con l’elezione del nuovo governo di centro sinistra, guidato dal premier Zoran Milanovic, che ha salutato la vittoria del sì commentando che «si tratta di una decisione storica, un punto di svolta nella nostra storia». Milanovic si è insediato proprio a ridosso della firma del trattato di adesione, a dicembre dello scorso anno, dopo che la sua coalizione di centro sinistra ha sconfitto i cristiano democratici che avevano governato il paese negli ultimi otto anni. Dall’ingresso nell’Ue i 4 milioni e mezzo di cittadini croati si attendono un’inversione di tendenza della propria economia che negli ultimi due anni ha subito i duri contraccolpi della crisi finanziaria ed economica che ha colpito il Vecchio continente.

Il governo Milanovic dovrà far passare una serie di misure di austerità per tenere a freno il deficit e cercare di ridurre la disoccupazione che a ottobre del 2011 aveva raggiunto il 18 per cento. L’ingresso nell’Ue, nei piani del governo, dovrebbe favorire l’arrivo di capitali stranieri e rivitalizzare il settore turistico, uno dei traini dell’economia croata. Queste preoccupazioni materiali hanno avuto la meglio nella campagna referendaria sui timori espressi dalle organizzazioni schierate per il “no”, che hanno battuto di più sui tasti della difesa dell’identità nazionale e della sovranità croata “riconquistata” da appena venti anni. Il discorso nazionalista, però, non è passato, soprattutto tra i più giovani.

Con l’ingresso della Croazia, l’Ue fa un passo importante verso l’allargamento nei Balcani, che sono la prossima area di espansione dell’Unione. Macedonia e Montenegro, infatti, sono già tra i paesi candidati all’ingresso, anche se i negoziati dureranno probabilmente ancora a lungo. Bosnia e Albania, poi, potrebbero presto avere lo stesso status, mentre per il principale paese della regione, la Serbia, le cose sono un po’ più complicate. Il governo di Belgrado spera (e attende) che entro marzo di quest’anno l’Ue possa ufficialmente decidere per la candidatura della Serbia, anche se rimane il nodo ingarbugliato del Kossovo. Belgrado, forte del testo della risoluzione Onu 1244, non ha riconosciuto l’indipendenza autoproclamata da Pristina, nonostante 22 paesi dell’Ue abbiano invece accettato il Kossovo indipendente. Una parte dei paesi membri (come la Germania) condiziona lo status di candidato della Serbia alla soluzione della vicenda kossovara, mentre altri (tra cui l’Italia) premono per un negoziato d’ingresso senza precondizioni, anche perché alcuni precedenti (Cipro, l’ultimo in ordine di tempo) indicano che la questione è del tutto politica e non “tecnica”. La stessa Croazia, inoltre, ha ancora una disputa di confine irrisolta con la Slovenia che però non è stata d’ostacolo all’ingresso nell’Ue né per Ljubjana né per Zagabria.

Proprio la prospettiva di ritrovarsi, presumibilmente in pochi anni, nello stesso organo politico con la Serbia, peraltro, è stato uno degli argomenti usati dai sostenitori del “no” al referendum croato di domenica.

Nonostante le difficoltà economiche e di coesione, il 2012 potrebbe dunque essere un altro anno di crescita dell’Ue. Oltre alla decisione sulla Serbia (e all’eterna questione dell’adesione turca), infatti, pende il referendum di adesione che dovrebbe tenersi in Islanda, che ha iniziato i negoziati a luglio del 2010.

di Joseph Zarlingo