Base Nato di Gwam, distretto di Tagab, provincia di Kapisa a Nordest di Kabul e a pochi chilometri dalla base americana di Bagram, la più grande dell’Afghanistan. E’ in questa provincia orientale che poco dopo una partita sportiva tra commilitoni, un soldato afgano, tra quelli che le truppe francesi stanno addestrando, prende il fucile e spara. Come un cecchino. Colpisce diversi soldati disarmati, forse in tuta e che certo non si aspettano quell’azione proprio all’interno della base. Prima di essere fermato, ne uccide quattro. Ci sono anche dei feriti. L’uomo viene arrestato mentre la base viene immediatamente circondata e nessun locale viene più lasciato avvicinarsi.

La reazione francese è immediata. Parigi sospende le attività di training in corso con l’esercito afgano e tutti gli operativi nei quali i francesi affiancano gli afgani. Sostanzialmente si smette di insegnare ma anche di combattere. Ma il presidente Nicolas Sarkozy va oltre. Dice che sul piatto va a finirci anche un’ipotesi di ritiro anticipato, forse un’accelerazione sulla tabella di marcia che entro il 2014 dovrebbe vedere il ritiro di tutte le truppe occidentali (comprese le nostre). Parigi ha già ritirato in ottobre 400 soldati facendo scendere il numero dei militari d’Oltralpe a 3600 unità (l’Italia ne ha 4200 e comincerà a ritirare a fine anno anche se non è chiaro quanti ). Se ne parlerà a quattrocchi con Hamid Karzai nell’imminente visita che il presidente afgano sta per fare in Francia e in Italia.

La reazione francese è senza precedenti. E’ dura e motivata anche da fatti recenti: soltanto venerdì scorso 16 militari francesi sono stati feriti nel distretto di Tagab e il 29 dicembre dell’anno passato due legionari erano stati uccisi da un soldato afgano immediatamente abbattuto. Con loro i morti erano saliti a 78. Ora sono 82. Un’inchiesta è stata avviata mentre Karzai ha fatto arrivare le sue condoglianze proprio mentre il titolare delle Difesa francese chiedeva garanzie a Kabul sulle modalità di arruolamento della truppa locale. Ma che si sia trattato di un talebano, di un guerrigliero travestito che si era infiltrato nell’Ana (l’esercito afgano) è per ora solo un’ipotesi su cui forse l’arrestato potrà dare lumi. L’uomo era distaccato permanentemente in una postazione su una montagna della provincia di Kapisa, dunque in forza da qualche tempo. La faccenda è complicata.

Proprio oggi il New York Times, citando fonti americane e afgane e memorandum interni coperti da segreto, spiega che l’aumento di queste azioni non si deve, nella maggior parte dei casi, alla guerriglia. Semmai alla mal sopportazione che gli afgani hanno verso gli occupanti, specie se questi utilizzano il loro potere per umiliarli.

Fu un’ipotesi che si affacciò anche in Italia quando nel gennaio di un anno fa venne ucciso il caporalmaggiore di 33 anni Luca Sanna da un “infiltrato” afgano a Bala Murghab (Herat). Ma anche in quel caso i dubbi non mancarono anche perché, mentre il ministro della Difesa Ignazio La Russa aveva negato il “fuoco amico”, un comunicato della Nato, qualche giorno dopo, aveva confermato invece che si era trattato di un omicidio messo a segno da un soldato afgano. Senza far menzione di possibili talebani infiltrati.

di Emanuele Giordana