Quarantaquattro giorni lavorativi. E’ il tempo che resta alla Grecia per trovare un accordo sul suo debito con i creditori privati, oppure dichiarare bancarotta, con effetti imprevedibili sull’economia nazionale e sul sistema finanziario europeo. Il 20 marzo prossimo arrivano infatti a scadenza 14,4 miliardi di obbligazioni sovrane, e il governo greco non ha abbastanza soldi per rimborsarle tutte.

In questa corsa contro il tempo, le sorti della Grecia sono in mano a un ristretto gruppo di negoziatori, seduti da settimane intorno a un tavolo che traballa sempre di più. Lucas Papademos, premier greco, e i suoi ministri, i rappresentanti della cosiddetta ‘troika’ (Fmi, Unione europea e Bce) e i due portavoce del ‘comitato creditori-investitori privati’, creato a metà novembre apposta per gestire questi negoziati. Proprio questi ultimi, la settimana scorsa hanno deciso di battere i pugni sul tavolo, imponendo una “pausa di riflessione” alle trattative in mancanza di “risposte produttive” da parte degli altri interlocutori. Le banche, hanno spiegato in una nota ben poco diplomatica, stanno già facendo uno sforzo “senza precedenti” offrendosi di rinunciare al 50% del valore dei titoli greci e di perdere circa 100 miliardi di euro per i prestiti non rimborsati, quindi non intendono fare ulteriori concessioni. “Speriamo intensamente – recita ancora il testo – che in ogni caso la Grecia, con il supporto dell’area euro, prenda posizione per impegnarsi di nuovo con il settore privato, in vista della finalizzazione di un accordo accettabile per entrambi”. Il tutto, per il bene suo e quello della moneta unica.

Mercoledì, i rappresentanti del comitato hanno accettato di riprendere a trattare, per dimostrare il loro ”impegno nel cercare un accordo su uno scambio volontario di debito”. Una buona volontà che nasconde, in realtà, una scelta di interesse: per le banche, evitare il default unilaterale significa ridurre le perdite (al 60-70% del valore originale dei titoli), ma anche evitare di pagare i famigerati ‘credit default swap’, le polizze di assicurazione contro il fallimento di un debitore.

Ma chi siede in questo comitato, e soprattutto chi lo guida? Al 21 dicembre, del gruppo facevano parte 32 istituzioni finanziarie – banche di tutta Europa (tra cui le italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit, oltre ai principali istituti greci, francesi, tedeschi e britannici), gruppi assicurativi (compresa Generali) e società di asset management – riunite sotto l’egida dell’Institute of International finance (IIF), vero e proprio colosso del lobbying bancario. E in cima, due grandi vecchi del settore bancario: Jean Lemierre, ex direttore del Tesoro francese ed ex presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, oggi special advisor del gruppo francese Bnp Paribas, e Charles Dallara, direttore generale dell’IIF. Uomo dal curriculum eloquente: rappresentante degli Stati Uniti al FMi dal 1984 al 1989, ;alto dirigente del Tesoro americano, con delega prima agli affari monetari e poi alla politica economica internazionale, durante l’amministrazione Reagan; advisor politico speciale dello stesso Tesoro, su nomina presidenziale, a cavallo tra il citato Reagan e George Bush padre, fino al 1990. Poi, il passaggio dal pubblico al privato, cn un salto direttamente ai vertici di JP Morgan, di cui guida per oltre 3 anni il settore investment banking in . Un vero e proprio ‘falco’ del liberismo e della deregolamentazione finanziaria, dunque, che ha anche una discreta esperienza in materia di trattative con Stati in bancarotta.

Sotto la sua guida, infatti, l’IIF negli anni Novanta e’ stato il rappresentante delle banche in numerosi casi di default sovrano. Ultimo in ordine di tempo quello dell’Argentina, a cui l’Istituto, sotto l’egida del Fmi, ha chiesto una severa cura di risanamento strutturale, come condizione per permetterle di tornare a ricevere finanziamenti da investitori privati.

Anche nel caso greco, e per l’eurozona in generale, Dallara ha una ricetta che va ben oltre la negoziazione di un accordo sul debito: ”Servono elementi cruciali di riforma – spiegava qualche mese fa in un’intervista al canale finanziario Cnbc – Liberalizzare il mercato del lavoro, riportare i benefici previdenziali a proporzioni ragionevoli, ridurre un ampio numero di rigidita’ strutturali nelle economie, che inibiscono un’allocazione efficiente delle risorse e quindi la crescita”. Più’ flessibilita’ e meno stato sociale, in poche parole. Unico modo, a parere suo e del settore finanziario che rappresenta, per evitare che la cura odierna si riveli solo un momentaneo palliativo.

di Chiara Rancati