Ecco come fa: ci ipnotizza. Altro che Europa, spread, borse e bilancio. Ci tiene per le nostre palle inconsce con la più terribile delle armi di possessione di massa, con il segreto arcaico del dominio. Parla.Ci ha preso che vagavamo in un deserto di parole morte sbianchite come ossa al sole, di intieriezioni brutali, di urla, di insulti, di grugniti, di brani sbrindellati di un vocabolario esploso e straziato, di sintassi invalide e pervertite che s’inculano congiuntivi incustoditi.

Ed ha parlato, lasciando che il deserto si popolasse di sostantivi mossi dal vento arguto di un verbo, che la consecutio inanellasse incisi ruscellanti, che i predicati si volgessero alla luce di un pensiero dispiegato e articolato, armonico e variegato come un paesaggio marchigiano del Rinascimento, che il senso irrompesse con la forza del vincolo linguistico e della forma ordinata, che il discorso non fosse un lungo rumore che violenta il silenzio ma linguaggio.

Se ci fosse anche un barlume d’emozione, herr professor ci farebbe schiavi. Non lo fa, non vuole, non può, non gli serve. Tanto ci mancava il significato, tanto ci mancava la frase, tanto ci mancava l’incantamento originario della voce, che gli è bastato poco per ipnotizzarci, per darci uno struggimento antico, per rinnovare la stregoneria che avvince da sempre l’uomo alla parola. Ci farà dimagrire, ci farà sanguinare, ci costringerà a rimettere i debiti delle banche convincendoci siano nostri, ci ammonirà, ci irriderà lievemente, ci farà molto male.

Ad ogni insulto, libererà vocaboli in stormi, irretendoci con architetture multiformi che a tratti sembreranno errare ma presto, con un avverbio in cabrata, con una solitaria congiunzione, si rinserrano e ridispongono. È terribile e bello che dopo l’orgia volgare di più decenni, si ceda a chi sa, semplicemente, parlare. A chi ci rivela che più ancora del consenso, abbiamo urgenza di parola e di senso.

di Paolo Aleandri

Il Misfatto, inserto satirico de Il Fatto quotidiano, domenica 8 gennaio 2012

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