“Spero che il pubblico la faccia spiccare il volo”. È stato l’ultimo assalto alla lingua italiana di Simona Ventura, prima del trionfo della “sua” Francesca Michielin, 16 enne da Bassano del Grappa, nella quinta edizione di X Factor. La prima su Sky, che canta vittoria e ne ha motivo. Oltre mezzo milione di spettatori in media, share del 4 percento con punte dell’ 8 per la finale (un milione di spettatori). Giovedì sera, su Twitter, l’hashtag #xf5 era la tendenza più in voga. Si potevano incontrare adepti insospettabili. Memorabile Antonio Polito che, esortando Gianni Riotta a guardare X Factor invece di occuparsi della realtà (e su questo, va detto, molti lettori condividono), ha poi cinguettato: “Morgan è meglio quando pippa”. Il dibattito politico, per i riformisti, si è spostato sul ring del cazzeggio. Il battage pubblicitario è stato senza precedenti, con tanto di 3D – il ciuffo tridimensionale di Morgan aveva nuance lisergiche – e la Guerrilla Marketing dei finalisti sparati sui cartelloni pubblicitari.

Francesca: “Non voglio tornare sui banchi di scuola”. I Moderni: “Basta con i club da sfigati”. Antonella: “Basta sfornare pizze”. Parole forti. X Factor è carambolata su SkyUno perché RaiDue non ci credeva più. Massimo Liofredi, un uomo che in soli due anni è riuscito ad abbattere dalle fondamenta una consistente porzione di servizio pubblico, sentenziò che il format era superato. Al suo posto, RaiDue ha puntato su Star Academy. Chiuso dopo tre puntate. Invece X Factor si rilancia, al punto da giustificare l’imminente messa in onda di un film (va be’) e della versione americana. È vero che gli stessi ascolti, spostati su RaiDue, avrebbero sancito l’ennesima Waterloo per una prima serata genera-lista, ma è probabile che i numeri in Rai sarebbero stati diversi e ancora migliori. Nonostante la confezione pressoché perfetta, l’ultima puntata è stata deboluccia. Il più convincente è risultato Alessandro Cattelan. Tutti entusiasti di questo deejay piacione ma non troppo, impacciato quanto basta e autore di libri genere “Fabio Volo se fosse bravo”, la cui forza risiede nella semplicità.

Un conduttore british, adatto all’epoca e non senza talento. Il resto ha convinto meno. Morgan – senza più concorrenti – era scazzatissimo, Arisa non si capisce mai se ci sia o ci faccia (“Ecco una delle più belle interpreti italiane che abbiamo in Italia, be’ certo siamo in Italia, eh, ogni tanto mi incarto”). Elio era il primo a non credere veramente nei Moderni, il gruppo simil Neripercas(in)o da lui allenato e finito misteriosamente secondo a conferma dell’Assioma Barabba: raramente il voto popolare coincide con la scelta migliore. E poi Simona Ventura, l’ennesima restauratrice tornata di moda, così a suo agio nelle vesti di “ignorante compiaciuta” da fingere di suonare – o zappare – la tastiera, in un momento playback coinvolgente come una prolusione di Cicchitto sulla piorrea. “La Simo”, ovvero l’apoteosi del nazionalpopolare, del chiacchiericcio da parrucchiera, della frase fatta: “Ha spaccato”, “Non mi sei arrivata”, “Mi hai emozionato”, “Mi fate continuare a convincere”, “Ho visto carisma”.

Una litania di vetusti brodini semantici, ed era già un miracolo se la consecutio temporum sopravviveva. Di polemiche, neanche l’ombra. Tutti a volersi bene (sobri anche loro?). Niente Arisa che manda a quel paese Morgan, niente Elio che litiga con Morgan, niente Morgan che litiga con Morgan (magari sostenendo che “In Rai era tutto finto”). Di momenti irrisolti, non pochi. A partire dal duetto tra Morgan e Asia Argento, per la serie “C’eravamo tanto amati”: una canzonetta in inglese, ispirata agli Indifferenti di Moravia, in grado di lasciare meno tracce dei Jalisse. Sul valore musicale: mah. Dodici finalisti su 50 mila candidati, due eliminati in corso d’opera che meritavano di più (Jessica e Nicole), la macchietta da sfruttare finchè ce n’è (Fiocco di Neve). E poi in finale trovi la ragazzina che canta i Led Zeppelin come fosse al karaoke del pub scrauso, la band strampalata che canta a cappella (in tutti i sensi) e il presunto talento Antonella, favoritissima ma eliminata a metà puntata.

Un colpo di scena masochistico, perché il programma ne ha perso in qualità. Forse Antonella è stata danneggiata dal duetto con Fiorella Mannoia, troppo “colta” per il pubblico di un talent che ha partecipato massicciamente al rito laico (0.50 euro per il primo voto, poi si poteva rivotare gratis altre 4 volte: un affare). Francesca – bravina, non brava – ha sfruttato l’inedito migliore (scritto da Elisa). E molti di loro si riveleranno meteore: l’evaporazione degli Aram Quartet (vincitori nel 2008) o la malinconia che metteva il dimenticato Nevruz (terzo un anno fa) in prima fila, assurgono in questo senso a spietati flashforward dei concorrenti. X Factor 5 è stato un successo strano. Un esperimento riuscito, non epocale. Più forte mediaticamente che artisticamente. Sembrava tutto a metà strada tra ipertecnologia e casereccio: il cubo tecnologico del processo Extra Factor (pallosetto e con Rocco Tanica ai minimi storici), le scenografie sontuose, il montaggio glamour. Ma anche il coreografo Luca Tommassini che – tipo asilo – legge i ringraziamenti tirando fuori un fogliettino scritto a mano, i faccioni dei presentatori e un’aria generale di pasciutezza (fisica e non solo). Di generosità, di ridondanza anacronistica: un’aria da Sagra Benestante della Musica, piacevole quanto forse effimera. Giusy Ferreri, Marco Mengoni, Noemi, (forse) Natalie: sono i nomi commercialmente forti usciti da X Factor. E Francesca è già prima su iTunes. Durerà? Tra detrattori a prescindere dei talent e sdoganatori illustri (compreso Fossati), rimane la sensazione agrodolce del molto rumore per poco. Subito dopo la diretta, Sky ha mandato in onda un concerto di Amy Winehouse. Ecco: passare da X Factor ad Amy, era un po’ come fare un’orgia dopo aver dato un bacino sulla guancia a Minnie.