È partita la crociata di Lista per Ravenna contro lo spezzatino di carne con riso e carote. Un caso piuttosto curioso di “integralismo gastronomico”. Nicola Grandi, consigliere comunale della lista civica ravennate ha recentemente diffuso un comunicato stampa dal titolo “Bambini in fuga dalla scuola Randi a causa del menù etnico imposto senza la possibilità di scelte alternative”.

Il consigliere della lista civica, in data 12 dicembre, si è premurato di avvisare la stampa che quel giorno nella scuola elementare “per la terza volta (almeno) in questo anno scolastico” sarebbe stato proposto ai bambini “il “menù etnico”: un piatto unico di riso, carne e verdure, dal sapore certamente particolare ed evidentemente non gradito a tutti”.Facendosi interprete e garante dei diritti delle famiglie, Grandi precisava che “la questione posta dai genitori non è la scelta del menù, ma la mancanza di un’alternativa” e aggiungeva che “nella classe 4A in particolare oltre un terzo dei bambini” sarebbe stato portato a casa dai genitori per il pranzo, “per dare un messaggio di protesta ma anche perché una banana (il solo alimento “non etnico” previsto dal menù) non può certo intendersi come una alimentazione completa per un bimbo delle elementari”.

È andata davvero così? I bambini sono scappati a gambe levate, schifati dal presunto cibo forestiero? No. Anna Morrone, preside della scuola Randi smentisce le previsioni del consigliere di Lista per Ravenna: “Dopo aver letto la nota diffusa dal signor Grandi ho interpellato le insegnanti e il rappresentante di classe dei genitori. Mi hanno risposto che era tutto regolare, il giorno del menù etnico infatti non ci sono state uscite eccezionali da scuola. Solo un bambino è stato ritirato dalla madre, ma ciò avviene nella norma: capita talvolta che i genitori vengano a prendere i figli, anche quando si servono pasti differenti. I menù della nostra mensa –continua- sono stabiliti dalle dietiste del Comune che seguono parametri per una corretta alimentazione. I genitori all’inizio dell’anno scolastico ne prendono visione e li  approvano. Se qualcuno poi non dovesse essere contento, può seguire una procedura standard: scrivere un reclamo alla scuola che provvederà a inoltrarlo al Comune. In questo caso però non ne abbiamo ricevuti”.

Il menù etnico è uno spezzatino di carne di manzo, carote, riso, sedano, cipolla, passata di pomodoro e olio extravergine d’oliva. Un piatto completo in grado di fornire all’organismo 804 kilocalorie. Non vi è nessuna spezia aggiunta. Le caratteristiche dei prodotti utilizzati corrispondono alla tabelle merceologiche definite nel capitolato speciale d’appalto. In particolare il riso, le verdure e la passata provengono da agricoltura biologica e la carne bovina da animali nati, allevati, macellati in Italia, con certificazione Pqc (prodotto qualità controllata).

Dove sia l’elemento esotico è difficile dirlo. E allora su quali argomenti fa leva la protesta di Grandi? “Per me il riso andrebbe tenuto diviso dal resto –dice-, invece viene messo nello stesso piatto assieme alle verdure e questo non va incontro al gusto dei bambini. Su 10 di loro, a 8 piacciono gli spaghetti al ragù, mentre lo stesso non si può dire del piatto unico proposto.”

Dopo le prime reazioni all’opinione di Grandi, registratesi soprattutto nei siti della stampa locale, il consigliere afferma che ora riscriverebbe il comunicato cambiando “menù etnico” con “spezzatino”, per evitare l’accusa di aver usato toni razzisti, ma poi si difende dicendo che quella denominazione l’hanno scelta il Comune e Camst, non certo lui.

Sul sito del giornale online Ravenna & Dintorni un lettore commenta: “Avendo notato nel comunicato una lieve spiacevole nota razzista, vorrei ricordare che probabilmente la banana, anni fa, quando approdò sulle nostre tavole, sortì lo stesso effetto del riso ‘etnico’. Ma… la paella?”. È questo il punto. Le parole sono importanti e i termini utilizzati in una nota ufficiale andrebbero scelti con cognizione di causa.

Un noto dizionario della lingua italiana dà dell’aggettivo “etnico” questa definizione: “relativo ai caratteri che individuano un popolo da un punto di vista scientifico”. Chi ha studiato greco sa bene che etnico deriva da ethnos, che significa razza, popolo. Dovrebbe essere l’etimologia stessa a metterci in guardia dall’utilizzare in modo improprio questa parola di per sé generica. Seguendo ad litteram il termine, è da considerarsi un cibo etnico anche la piadina romagnola (del popolo romagnolo appunto, ammesso che esista).

La storia racconta di scambi tra le genti, incroci etnici, di cui l’Italia è un evidente emblema. Diversi popoli hanno passeggiato nei secoli sul suolo di questo Paese e con sé hanno portato lingue, culture, cibi che si sono evoluti e ibridati nei secoli. Il multiculturalismo, che piaccia o no, è nel dna dell’Italia.

“È il futuro” sostiene l’assessore alla pubblica istruzione e infanzia Ouidad Bakkali, giunta in Italia dal Marocco quando aveva un solo anno. “Ho studiato cooperazione e sviluppo –aggiunge Bakkali- e ricordo che la mia professoressa di storia e istituzioni dell’Africa subsahariana non voleva che usassimo il termine “etnico”, in quanto rappresenta una struttura artificiale che richiama il colonialismo. Trovo le polemiche sollevate dal comunicato di Grandi di una sterilità spaventosa: non fanno altro che aumentare i problemi di una società che deve cambiare mentalità”.

“Il menù etnico incriminato –prosegue l’assessore- è uno dei piatti prodotti dal percorso “Tradizione e cultura a tavola”, voluto dall’amministrazione comunale nella convinzione che il cibo può contribuire a educare alla differenza. L’iniziativa, partita nell’anno scolastico 2008-2009, ha prodotto l’opuscoletto ricette d’amicizia, che le scuole elementari e medie del comprensorio di Ravenna realizzano ogni anno in collaborazione con il Comune e Camst. Sono i bambini delle scuole, i nuovi ravennati che devono spiegare ai genitori il multiculturalismo, loro lo vivono quotidianamente”.